di Georg Friedrich H&aulm;ndel (1685-1759)
libretto di Antonio Salvi
Dramma per musica in tre atti
Prima:
Londra, Covent Garden, 8 gennaio 1735
Personaggi:
il re di Scozia (B), Ariodante (S), Ginevra (S), Lurcanio (T), Polinesso (A), Dalinda (S), Odoardo (T); ninfe, pastori
Nel 1734 si interruppe il rapporto di collaborazione tra H&aulm;ndel e il King’s Theatre: di fronte alle difficoltà finanziarie, l’impresario del teatro preferì rivolgersi all’Opera of the Nobility, la compagnia rivale del compositore. Mentre l’abbé Prévost già prevedeva la sua partenza («... ha dovuto patire così grandi perdite e ha scritto così tante splendide opere rivelatesi un insuccesso, che si vedrà costretto a lasciare Londra e far ritorno in patria»), H&aulm;ndel trovò un accordo con l’impresario John Rich, il quale, dopo il successo della Beggar’s Opera , aveva aperto un nuovo teatro al Covent Garden: qui avrebbe ospitato le opere di H&aulm;ndel due sere la settimana, alternate a lavori in prosa. Per fronteggiare l’Opera of the Nobility, H&aulm;ndel presentò in novembre una ripresa del Pastor fido e nel 1735 allestì due nuove opere, Ariodante e Alcina , considerate ancor oggi tra i suoi capolavori. Come per l’ Orlando di due anni prima, il compositore si ispirò a Ludovico Ariosto: nel caso di Ariodante la fonte diretta è Ginevra, principessa di Scozia di Antonio Salvi, rappresentata nel 1708 a Pratolino con musica di Giacomo Antonio Perti, che riprende la materia dei canti IV-VI dell’ Orlando furioso . Non si conosce l’autore dell’adattamento musicato da H&aulm;ndel; come di consueto, nella versione per il pubblico inglese i recitativi subirono drastici tagli.
L’intreccio non prevede vicende secondarie ed è tutto concentrato sull’inganno tessuto da Polinesso, duca di Albany, il quale vuole impedire il matrimonio tra il principe Ariodante e Ginevra, figlia del re di Scozia ed erede al trono. Mosso dalla gelosia e dall’ambizione, Polinesso non esita a infangare l’onore di Ginevra: fingendo di ricambiare l’amore di Dalinda, dama di compagnia della principessa, la convince ad apparire sul balcone con gli abiti della sua signora e a farlo entrare nei suoi appartamenti proprio la notte prima delle nozze. Dalinda si sottrae alla corte di Lurcanio, fratello di Ariodante, e fa quanto richiesto dal duca; Ariodante, avvisato dallo stesso Polinesso, assiste all’incontro notturno e, di fronte all’evidenza, fugge inorridito: solo l’intervento del fratello gli impedisce di togliersi la vita. L’indomani il re viene a sapere dal consigliere Odoardo che Ariodante si è gettato in mare ed è annegato. Ginevra è sconvolta, ma la sua disperazione raggiunge il culmine quando viene ripudiata dal padre: Lurcanio l’ha accusata di aver provocato la morte di Ariodante con la sua infedeltà e impudicizia, e si è dichiarato pronto a difendere le proprie affermazioni con la spada. Ariodante, che non è morto ma si nasconde in un bosco, salva Dalinda dai sicari di Polinesso e viene a conoscenza dell’inganno ordito contro di lui. Nel palazzo reale, nonostante il rifiuto di Ginevra, Polinesso sfida Lurcanio per difendere l’onore della principessa e viene ferito mortalmente. Sopraggiunge un altro cavaliere con la visiera calata: è Ariodante, che rivela la sua identità nello stupore generale. Odoardo annuncia che Polinesso è spirato dopo aver confessato le sue frodi; il re porta la buona notizia a Ginevra, mentre Dalinda e Lurcanio si riconciliano e nella scena finale viene festeggiata l’unione delle due coppie.
È interessante osservare che più della metà dell’azione si svolge all’aria aperta: i quadri di natura danno luogo a riuscite pagine di musica descrittiva, prima fra tutte la sinfonia del secondo atto, che accompagna il sorgere della luna (episodio non previsto dal libretto e probabilmente aggiunto dallo stesso H&aulm;ndel). Come era già accaduto in occasione della ripresa del Pastor fido , la presenza al Covent Garden della celebre danzatrice Marie Sallé con la sua troupe spinse il compositore a includere nella sua opera alcuni balletti: alla fine del primo atto il ballo di ninfe, pastori e pastorelle che festeggiano Ariodante e Ginevra crea una cornice per il coro, cui è collegato nella condotta melodica; il terzo atto presenta, a conclusione del dramma, un ballo di dame e cavalieri, con oboi e fagotti collocati in una galleria del salone reale, a costituire una seconda orchestra sulla scena. Il ballo del secondo atto ha due versioni: il balletto dei Sogni piacevoli e dei Sogni funesti, che rappresentano le inquietudini di Ginevra addormentata, fu poi impiegato in Alcina e probabilmente venne sostituito in tutte le rappresentazioni da una breve ‘Entrée de’ Mori’. Il Covent Garden disponeva inoltre di un proprio coro, e ciò permise a H&aulm;ndel di scrivere vere e proprie pagine corali a conclusione del primo e terzo atto (nelle opere precedenti i cori erano intonati dall’ ensemble dei solisti). Se in quella stagione l’Opera of the Nobility schierava il maestro Porpora e cantanti quali Farinelli, Senesino e la Cuzzoni, H&aulm;ndel poté ingaggiare il castrato Carestini (Ariodante), Anna Maria Strada del Po (Ginevra), Maria Caterina Negri (Polinesso), insieme ad alcuni cantanti inglesi di buon livello; quando il cast fu completo il musicista, che aveva terminato la partitura già nell’ottobre 1734, ne riscrisse alcune sezioni tenendo conto delle voci dei cantanti.
Pur senza allontanarsi dalle convenzioni drammatiche del tempo, la musica di H&aulm;ndel riesce a caratterizzare in modo particolarmente efficace i diversi stati d’animo dei personaggi. Ciò appare evidente soprattutto nei brani affidati ai due protagonisti: dopo aver cantato la propria felicità in vista delle prossime nozze nel primo atto (che Burney definì «di monotona beatitudine»), essi esprimono la propria disperazione in arie come "Il mio crudel martoro" (Ginevra, II,10: in mi minore) o "Scherza infida in grembo al drudo" (Ariodante, II,3: in sol minore); in quest’ultima aria violini e viole, con sordino, hanno una condotta autonoma, mentre la voce dialoga con i fagotti in ‘pianissimo’ su un basso pizzicato. Ariodante, con sei arie, un arioso e tre duetti ha grande spazio all’interno dell’opera: H&aulm;ndel, pensando alle doti vocali di Carestini, scrisse per il protagonista alcune pagine di notevole difficoltà, come "Con l’ali di costanza" (I,8), ricca di colorature e cadenze; l’aspetto più intimo del personaggio emerge invece in "Cieca notte, infidi sguardi" (III,1), dove una melodia dal carattere lirico contrasta con l’accompagnamento concitato. Anche la nobile figura del re, diviso tra i doveri di sovrano e l’affetto per la figlia, è resa in modo convincente; degna di nota la sua aria "Voli colla sua tromba la fama" (I,7), che prevede l’uso dei corni, impiegati anche per le scene pastorali.
Nel 1735 Ariodante ebbe undici repliche, cui seguirono ancora due rappresentazioni nel maggio dell’anno seguente. Il primo allestimento moderno risale al 1928, a Stoccarda, nella revisione di A. Rudolph; nel 1995 l’opera è stata presentata agli H&aulm;ndel-Festspiele di Göttingen sotto la direzione di Nicholas McGegan.
c.p.
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