di Niccolò Jommelli (1714-1774)
libretto di Francesco Saverio De Rogatis
Dramma per musica in tre atti
Prima:
Napoli, Teatro San Carlo, 30 maggio 1770
Personaggi:
Armida (S), Rinaldo (S), Erminia (S), Tancredi (T), Rambaldo (A), Dano (S), Ubaldo (S); ninfe, mostri
Presentata a Napoli dopo il soggiorno di Jommelli a Stoccarda, Armida abbandonata , per le danze (ad esempio la ciaccona del primo atto), i cori del terzo atto e la finezza della scrittura armonica e orchestrale (tutti aspetti di origine francese) sembrò al pubblico napoletano (definito da Saverio Mattei incolto e decaduto) alquanto insolita e procurò persino al musicista l’accusa di scrivere con «asprezza tedesca, e dimenticandosi della fluidità italiana». In realtà l’esigenza di «fare una musica espressiva» con varietà di soluzioni musicali era sempre stata presente in Jommelli, che adottò tratti dello stile ‘riformato’. Per Napoli era un’opera d’avanguardia: Mozart, invece, la trovò «ben scritta», ma seria e antiquata (forse in confronto alle novità stilistiche che lo interessavano). I controversi giudizi della ‘prima’, nonostante il cast di stelle (con Aprile e la De Amicis) furono riscattati comunque da diverse riprese negli anni successivi (Napoli 1771 e 1780, Lisbona 1773, Firenze 1775) e dalla notevole diffusione in tutta Europa di copie della partitura e di arie staccate.
Atto primo . Tancredi non riesce a ricondurre alla ragione Rinaldo, ammaliato da Armida e geloso di Rambaldo (altro cristiano sedotto dalla maga): in un duetto ("Ah tornate o Dio serene") Rinaldo giura la sua fedeltà all’amata.
Atto secondo . Armida tenta di servirsi di Erminia per avere informazioni da Tancredi, ma presagisce il peggio: Ubaldo e Dano infatti giungono a persuadere Rinaldo al ritorno. La maga supplica e poi, sconvolta, chiama le Furie a distruggere la sua reggia.
Atto terzo . Rinaldo, incaricato di liberare la selva incantata, resiste alle ninfe e all’apparizione di Armida e dei mostri: colpisce il mirto e ogni magia scompare. Con Tancredi, Erminia e Rambaldo (rinsavito), rientra al campo cristiano.
Gli intenti di espressività di Jommelli si rivelano in particolare nella scrittura strumentale curata e ricca di contrasti dinamici: i travagli interiori dei protagonisti trovano riflesso in orchestra sia nelle arie sia nei frequenti recitativi accompagnati, e anche le soluzioni armoniche concorrono a illustrare il testo. Le arie, formalmente variate anche quando sono dal segno , presentano cambiamenti di tempo nelle sezioni centrali, o addirittura contengono passi di recitativo (come l’intensissima aria di Armida, "Odio, furor, dispetto" che conclude il secondo atto). Nel terzo atto le arie diventano brevi cavatine, per fare spazio all’ampio soliloquio di Rinaldo nella selva (con la melodia ornata dell’oboe solo) e ai cori delle ninfe e quindi dei mostri, presentati più volte in sezioni successive. Oltre che per la spettacolarità e per l’uso espressivo dei mezzi orchestrali, motivici e armonici, l’opera si segnala anche per l’originalità della trama: non si conclude con la partenza di Armida, consueta nei libretti sul medesimo soggetto, ma con il suggestivo effetto scenico della sparizione della selva incantata.
m.g.s.
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