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12:54 - mercoledì 23 maggio 2012


Horaces, Les

di Antonio Salieri (1750-1825)

libretto di Nicolas-François Guillard, dalla tragedia Horace di Pierre Corneille

Tragédie lyrique in tre atti e due intermèdes

Prima:
Versailles, 2 dicembre 1786

Personaggi:
Vieil Horace (B), Jeune Horace (T), Curiace (T), Camille (S), una compagna di Camille (S), gran sacerdote (B); popolo romano, sacerdoti, soldati di Alba e di Roma

Lo straordinario successo ottenuto nel 1784 con Les Danaïdes fruttò a Salieri la commissione di due nuove opere per Parigi, Les Horaces e Tarare . Al primo dei due lavori sembrava garantire il successo almeno un paio di fattori: il testo, firmato da uno dei più acclamati librettisti francesi del momento, e il soggetto perfettamente alla moda (la grande tela con il Giuramento degli Orazi , presentata da David al Salon del 1785, aveva suscitato un’impressione profonda nel pubblico parigino). L’opera cadde invece rovinosamente a entrambe le ‘prime’, una a corte, l’altra pubblica all’Opéra cinque giorni dopo, il 7 dicembre. Nel ripercorrere la notissima vicenda, il librettista Guillard opera una decisa semplificazione, presentandoci uno solo dei tre Orazi e uno dei Curiazi. Il duello dei sei campioni si svolge fuori scena; l’attenzione è tutta concentrata sul personaggio di Camille, sorella di Horace ma al tempo stesso promessa a Curiace, e divisa perciò tra amore e dovere. La musica di Salieri coglie puntualmente questo nucleo drammaturgico, fin dalla vibrante ouverture, e poi nel corso della grande scena iniziale, ambientata nel tempio di Egeria, dove tre arie successive della protagonista percorrono un ampio arco psicologico, dall’angoscia per la guerra imminente all’invocazione dell’aiuto divino e alla confessione amorosa. L’intensità dell’esordio trova più avanti riscontro in qualche pezzo concertato, come il duetto o il quartetto del secondo atto, ma in generale l’insistenza sulla sfera dell’eroismo, tra cori, marce e clangori di trombe e timpani, sembra giustificare il giudizio di Beaumarchais («un fort bel ouvrage, mais un peu trop sévère pour Paris»), anche considerando la rinuncia alle tradizionali parentesi edonistiche dei divertissements danzati. A questa uniformità si aggiunge la debolezza del finale, che ci è pervenuto in tre differenti versioni. Secondo quanto si ricava dal libretto a stampa, lo scontro tra Camille e il fratello Horace, che le ha ucciso in duello il fidanzato, avrebbe dovuto sfociare nel suicidio della donna, ma la partitura autografa e un’altra fonte coeva propongono versioni alternative: Camille viene salvata in extremis o semplicemente la scena finale viene omessa. In tutte e tre le versioni la scena conclusiva risulta comunque quasi identica, e consiste in un lungo recitativo seguito da un coretto di sole sette misure. Impossibile pensare che una simile conclusione non abbia avuto il suo peso nell’insuccesso; è probabile che le due versioni alternative al libretto siano state approntate da musicista e poeta dopo la ‘prima’ a corte, nel vano tentativo di ovviare al fiasco. L’opera fu ritirata dal cartellone, ma sei mesi dopo la grande accoglienza riservata a Tarare compensò ampiamente Salieri della delusione patita.

f.b.


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