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22:07 - mercoledì 08 febbraio 2012


Hulda

di César Franck (1822-1890)

libretto di Charles-Jean Grandmougin

Opera in tre atti e un epilogo

Prima:
Montecarlo, Opéra, 4 marzo 1894

Personaggi:
Hulda, figlia del sovrano Hustawick (S); sua madre (Ms); Aslak, sovrano (B); Gudrun, sua moglie (Ms); Gudleik (Bar), Gunnar (T), Arne (B), Eryc (T), Chroud (Bar), Eynar (T), suoi figli; Chordis, sposa di Gunnar (S); Eiolf, cavaliere (T); Swanhilde, dama di corte (S); un araldo (B); pescatori, giovani e fanciulle della corte di Aslak, soldati e popolo della stirpe di Aslak, seguito del re

L’opera vide la luce nel 1885, al culmine dell’attività creativa di Franck, negli anni in cui nascevano le Variations symphoniques e la Sonata per violino e pianoforte. Eppure, come gli altri tentativi teatrali del compositore (tra i quali ricordiamo Ghisèle , Montecarlo 1896, un drame lyrique in quattro atti), anche questo titolo incontrò fin dalle origini scarsa fortuna e non si affermò mai sulla scena. Fu probabilmente lo scarso intuito drammaturgico a suggerire a Franck la scelta di un soggetto a tinte fosche, tratto da Bjørnstjerne Bjørnson, ma molto appesantito e ridotto a una banale sequenza di violenze quasi meccaniche.

Rapita da Aslak, che le ha ucciso il padre, Hulda viene costretta a sposare Gudleik, figlio del nemico; nel secondo atto, avendo giurato vendetta, riesce a far colpire mortalmente in duello l’indesiderato sposo da Eiolf, che per lei dimentica Swanhilde. Terzo atto: Hulda decide di fuggire con Eiolf; Aslak, credendo di assassinare l’amante di Hulda, ferisce a morte il proprio figlio Arne. Durante una festa nel palazzo reale, Eiolf rivede Swanhilde e sente rinascere l’antica fiamma; Hulda, accortasi di tutto, raduna i fratelli di Gudleik. Nell’epilogo, fa uccidere in un’imboscata Eiolf, gettandosi poi a sua volta in mare.

I toni cruenti della vicenda non si addicono alla sensibilità di Franck; le inflessioni tragiche risultano quindi inevitabilmente artificiose, mentre le pagine di maggiore abbandono, musicalmente ineccepibili, paiono scarsamente motivate dal punto di vista drammaturgico. La bellezza degli impasti timbrici e l’originalità delle armonie rendono in ogni caso la partitura degna di interesse; i diversi quadri sono impostati su singoli temi generatori, elaborati secondo principi sinfonici. La crudezza delle situazioni frena talora la felicità dell’inventiva melodica, che qui sembra inclinare piuttosto al recitativo drammatico. La protagonista, con la sua sete di vendetta e le sue sinistre invocazioni agli dèi pagani, richiede come interprete un soprano di timbro scuro, il cosiddetto falcon tanto caro al grand-opéra . Gli altri personaggi restano un poco in ombra: il librettista ha ridotto Swanhilde a una silhouette puramente funzionale, perciò non restano altre figure a fronteggiare quella dominante di Hulda. Per creare un intrigo alla Dumas, Grandmougin non esita a calcare la mano su rapimenti, duelli, imboscate, feste e balletti allegorici; Franck sfodera tutti gli artifici della sua raffinata strumentazione, ma non riesce a salvare un lavoro drammaturgicamente mancato, né a sovrapporre in modo persuasivo il suo afflato spirituale all’esteriorità di questa materia. L’interesse destato dalla partitura ha comunque indotto a periodici, seppure sporadici recuperi; resta significativo che queste riprese (in particolare, una a Milano nel 1960 e una per la Reading University Opera nel 1978) siano sempre avvenute in studio o in forma di concerto.

e.f.


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