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14:50 - venerdě 10 febbraio 2012


Nerone fatto Cesare

di Giacomo Antonio Perti (1661-1756)

libretto di Matteo Noris

Dramma per musica in tre atti

Prima:
Venezia, Teatro San Salvatore, 1693

Personaggi:
Nerone, Agrippina, Seneca, Ate, Pallante, Tigrane, Gusmano, Zelto

La produzione teatrale di Perti, pur cospicua, si limita a un arco temporale di una trentina d’anni, e conta allestimenti un po’ dovunque, con una predilezione veneziana nel primo periodo e saldi contatti fiorentini nel secondo. Negli ultimi quarantacinque anni di vita Perti non sembra abbia scritto nulla per la scena, e purtroppo della trentina di titoli a noi noti solo di sei o sette è sopravvissuta anche la musica (tutti lavori scritti nei primi anni d’attività). Delle opere composte per il teatro di Pratolino, commissionate da Ferdinando de’ Medici, a sostituire quelle non più di moda di Alessandro Scarlatti, sono rimasti solo i libretti, e spesso neanche quelli. Fra i lavori teatrali del periodo precedente spicca per originalità e impegno compositivo la partitura di Nerone fatto Cesare su testo di Matteo Noris, librettista prediletto da Perti in questi anni. Il soggetto, frequentatissimo a Venezia fin dall’ Incoronazione monteverdiana, non indugia sulle dissolutezze dell’imperatore, ma su quelle della madre Agrippina. I due, madre e figlio, si ritrovano a portar scompiglio nella coppia Ate/Pallante: Agrippina fa follie per aver Pallante quale sposo e pur Nerone, ma con modi più garbati, smania per Ate. Sarà Seneca a riportare l’imperatore a più miti consigli, permettendo ad Ate e Pallante una felice unione. L’opera, sebbene priva di situazioni comiche (ormai sempre meno presenti in quegli anni, e presto limitate solo agli intermezzi), non vuol essere satira politica, magari riproponendo le efferatezze di altri illustri precedenti (non solo Monteverdi, ma anche Carlo Pallavicino - Nerone , Venezia 1679 - o Giovanni Antonio Gianettini - L’ingresso alla gioventù di Claudio Nerone , Modena 1692), e preferisce toni più leggeri, riscontrabili, fra l’altro, anche nella musica. Perti opera chiaramente un tentativo di adeguamento ai canoni dell’opera veneziana, benché mediata da influenze proprie di scuola romana e comunque di un compositore avvezzo al repertorio sacro (Perti fu quasi per tutta la vita Maestro di cappella a San Petronio in Bologna). Spiccano i recitativi scritti con cura, attenti al significato della parola e all’espressività della frase. Le arie sono in genere brevi, ma sempre col da capo e si fanno notare per eleganza e chiarezza melodica. L’orchestra che, come d’uso non va oltre le quattro parti, è scritta con cura e oltre a esser presente nei balli (dove sembra potersi riscontrare un’influenza francese) e nei ritornelli (la sinfonia di apertura dell’opera è invece attribuita a Giuseppe Torelli) in alcuni casi ritorna fra l’una e l’altra frase all’interno della singola aria (per esempio "Destra del sol ch’adoro", I,2, cantata alternativamente da Pallante e Ate). Presenti anche la scrittura con strumento obbligato (come l’aria quasi guerriera di Nerone "D’Amore le saette", con tromba concertante) con l’utilizzo del tutto insolito dell’unisono in chiave drammatica. Ma Nerone , fra le altre cose è da ricordare per l’impiego, portata all’estremo, della tecnica del concerto grosso, in base alla quale un ristretto gruppo strumentale di solisti dialoga col ‘tutti’ dell’orchestra: nel ‘Trionfo d’amore’ che apre il terzo atto viene infatti prescritto l’utilizzo di due distinte orchestre, una in palco di soli legni e violoncelli e l’altra fuori di trombe e archi. Qui Nerone e Ate, nei panni mitologici rispettivamente d’Amore e Psiche (accompagnati da Piacere, Diletto e Lusinga), inscenano un mascherata mitologica di grande effetto scenografico. Delle due partiture sopravvissute quella romana (col titolo Nerone infante ) pur incompleta, presenta un intermezzo comico d’autore ignoto (con Tisbe e Cupido fra i personaggi) in sostituzione di tale scena allegorca forse troppo complessa.

d.d.


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