di Francesco Cavalli (1602-1676)
libretto di Orazio Persiano
Festa teatrale in un prologo e tre atti
Prima:
Venezia, Teatro San Cassiano, 24 gennaio 1639. Prologo: la Fama, il Tempo
Personaggi:
Teti (S), Peleo (T), Giove (B), Eaco (T), Plutone (B), la Discordia (A), Himeneo (S), Momo (T), Mercurio (T), Paride, Marte, Apollo, Giunone, Pallade, Venere, Bacco, Sileno, Minos, Radamanto, Aletto, Tesifone, Megera, Asmodeo, Meleagro, Tritone, Chirone; amorini, fauni, baccanti, demoni, cavalieri, cacciatori, tritoni, ninfe (driadi, oreadi, aure), centauri
È la prima opera di Cavalli e, fra quelle scritte esplicitamente per un pubblico pagante, la prima di cui ci sia giunta anche la musica. Solo due anni addietro la sala del San Cassiano di Venezia - vista la fortuna che ottenevano ormai queste commedie integralmente cantate - aveva destinato i propri spazi esclusivamente a tal genere. L’anno dopo Cavalli (che di lì a poco otterrà il posto di secondo organista a San Marco), prende accordi con il librettista Orazio Persiani, per gestire con altri l’attività operistica del teatro e scrivere un nuovo lavoro, appunto Le nozze di Teti e di Peleo . Malgrado comincino fin da subito grane e debiti, Cavalli prosegue coraggiosamente nell’impresa (continuando poi a scrivere opere per il San Cassiano per i successivi dieci anni).
Il libretto di Persiani - poeta elegante e arguto ma solo occasionalmente autore di testi - è prevedibilmente un’azione mitologica (lo sono quasi tutte in questi anni): Eaco, padre di Peleo, non gradisce il matrimonio del figlio con Teti, già destinata e poi rifiutata da Giove. Chiede perciò aiuto a Plutone perché impedisca queste nozze. Plutone invia sulla terra la Discordia, che prima interrompe la cerimonia con lo stratagemma funesto del pomo d’oro (quello destinato «alla più bella» che poi porterà alla guerra di Troia) e quindi insinua gelosie e sospetti nei promessi sposi. Alla fine Himeneo, deus ex machina con tanto di alucce, stanco di tutta quella confusione, rivelerà le trame di Discordia permettendo a Teti e Peleo, ormai riconciliati, di sposarsi.
L’opera, forse perché primo esperimento dell’impresa di Cavalli, è anomala rispetto ai lavori successivi. Punta certamente al diletto dello spettatore (e in questo senso vuol essere operazione commerciale), ma non indugia troppo su situazioni comiche, semmai prende a pretesto la trama per esibire al possibile trionfi di dèi (del cielo e del mare), tritoni, centauri, amorini volanti, cacce, nuvolette, danze allegoriche, metamorfosi boschive con rocce che diventano ninfe, divini banchetti ricolmi di cacciagione infinita e quant’altro. Il riferimento più diretto è alle giostre celebrative, che in occasioni solenni riempivano le strade con carri allegorici, combattimenti, disfide (anche Teti si veste da cavaliere per incontrare a singolar tenzone Peleo, III,11) e improbabili imprese di dèi appesi a carrucole, che tanto sapevano impressionare. La musica di Cavalli per queste Nozze (e in genere dell’opera veneziana fin agli anni Sessanta) riassume tutto l’organico strumentale in un solo rigo musicale (il cosìddetto basso continuo), organico il cui numero doveva richiedere almeno una decina di elementi fra cembali, tiorbe, liuti, arpe, chitarre, regali, e viole di taglio grave. Agli strumenti melodici (flauti, cornetti, corni, trombe, viole acute) si lascia libertà di intervento estemporaneo, limitando la loro presenza sulla carta ai brevi intermezzi strumentali - momenti che, in qualche modo, strutturano formalmente il decorso dell’opera, altrimenti scritta su un ininterrotto doppio rigo (la voce e il continuo). Arie e recitativi non si distinguono in questa stesura, e solo le ariette qua e là disseminate rivelano una precisa identità formale.
d.d.
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