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22:42 - mercoledì 08 febbraio 2012


Salammbô

di Modest Musorgskij (1839-1881)

libretto proprio, dal racconto omonimo di Gustave Flaubert

Opera in quattro atti e sette quadri

Prima:
Napoli, Teatro San Carlo, 29 marzo 1983

Personaggi:
Salammbô (Ms), Mâtho (B), Baleario (Bar), Spendius (Bar), Aminachar (Bar), il primo sacerdote (B); popolo cartaginese, guerrieri libici, sacerdotesse e sacerdoti

Salammbô è la prima opera progettata ma non portata a termine da Musorgskij: attratto dal romanzo di Flaubert (tradotto in russo nel 1863, subito dopo la sua pubblicazione in Francia), egli pensa a un grand-opéra nello stile di Meyerbeer, suggestionato probabilmente dall’esotismo biblico e dal successo della contemporanea Judif’ di Aleksandr Serov (Pietroburgo 1863), di cui però disapprova la pomposa grandiosità di impianto e la mediocrità del materiale musicale. Inizia la composizione senza un libretto, concentrandosi sulle scene che più sollecitano la sua fantasia. Comincia, nel dicembre 1863 (allora ha ventiquattro anni), dal cuore della vicenda: dal furto a opera di Mâtho del sacro velo della dea Tanit, custodito da Salammbô (I,2). L’anno successivo compone il canto del giovane mercenario delle isole Baleari al banchetto (con cui doveva aprirsi l’opera) e due grandi scene corali: il sacrificio sull’altare di Moloch, che si conclude con l’apparizione di Salammbô, decisa a recarsi nel campo nemico, sedurre Mâtho, riconquistare il velo rubato (II,1) e la condanna a morte di Mâtho, catturato dai cartaginesi e tenuto prigioniero nei sotteranei dell’Acropoli (IV,1). Poi la morte della madre e una grave malattia spingono il compositore a interrompere il lavoro, che riprende solo due anni dopo, nel 1866, con due brevi frammenti: il canto di guerra dei libici destinato, insieme al canto del mercenario baleario, al banchetto iniziale, e il coro delle sacerdotesse che assistono Salammbô (IV,2). Con questi due frammenti si interrompe definitivamente il lavoro sull’opera: Musorgskij è attratto da altri progetti (prima Il matrimonio , dalla commedia di Gogol’, poi, a partire dal 1868, Boris Godunov ). Il materiale, in gran parte non orchestrato, verrà parzialmente utilizzato sia nel Boris sia in altre opere.

Atto primo . A Cartagine, dopo la prima guerra punica. Nei giardini di Amilcare, nei pressi della città, i mercenari, tra cui Baleari e Libici, reduci dalla guerra contro Roma, festeggiano la vittoria. Ma molti di loro sono irritati: i capi cartaginesi non hanno ancora pagato loro il soldo pattuito. Il loro capo, il libico Mâtho, vede, durante il banchetto, la bellissima Salammbô, sacerdotessa della dea della luna Tanit, e se ne innamora.

Atto secondo . Quadro primo . Nel tempio di Tanit, Salammbô invoca la dea e si addormenta, cullata dal coro di sacerdotesse raccolte in preghiera. Quadro secondo . Mâtho penetra nel tempio, accompagnato dallo schiavo greco Spendius: vogliono rapire il sacro velo della dea. Mâtho riconosce Salammbô e le dichiara il suo amore, poi fugge con il velo. Salammbô, sconvolta, colpisce il gong, chiamando a raccolta sacerdotesse e soldati. Tutti sono terrorrizzati dall’ira e dalla maledizione di Tanit: infatti Amilcare è sconfitto dai mercenari ribelli, che marciano su Cartagine.

Atto terzo . Quadro primo . Il popolo, in preda alla disperazione, chiede al dio Moloch, che manifesta la sua ira con tuoni e lampi, di respingere i nemici e liberare la città. Quadro secondo . Salammbô si dichiara pronta a recarsi nel campo nemico e a riconquistare il velo, invocando la protezione della dea Tanit. Sedotto dalla sacerdotessa, Mâtho si lascia sottrarre il velo. Le sorti di Cartagine subito si risollevano: Amilcare riesce a sconfiggere i ribelli e a prenderli prigionieri; fra loro c’è anche Mâtho.

Atto quarto . Quadro primo . Mâtho, in catene, piange il suo destino, mentre i sacerdoti preparano il suo supplizio. Quadro secondo . Tra atroci torture, Mâtho viene giustiziato: Salammbô, alla vista dell’orrendo spettacolo, muore di dolore.

I frammenti composti per Salammbô contengono invenzioni musicali ricchissime, nonostante la giovane età del compositore, e rivelano un gusto originale, pienamente formato, per le pagine corali e per i monologhi drammatici, che fungono da punti nodali nello sviluppo interiore dei personaggi (Mâtho che si avvia alla morte prepara la grande scena dell’agonia di Boris). La curiosità per l’esotismo francesizzante, qui ancora evidente, svanirà in seguito per confluire nella più intensa e complessa materia musicale ‘nazionale’, di cui saranno intessute le parti corali di Chovanšcina e La fiera di Sorocincy . La recente riscoperta di questi materiali (riordinati e completati nell’orchestrazione da Zoltan Peskó, che li ha presentati in prima esecuzione nell’ambito della stagione Rai di Milano: Conservatorio ‘G. Verdi’, 10 novembre 1980), ha confermato lo straordinario talento musorgskiano per combinazioni strumentali spesso audacemente antipatrici.

f.m.


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