di Francesco Provenzale (1626-1704)
libretto di Francesco Antonio Paolella
Dramma per musica in un prologo e tre atti
Prima:
Napoli, Palazzo Reale, 21 aprile 1672
Personaggi:
Timante (T), Teseo (T), Ercole (B), Ippolita (S), Melanippe (S), Areste (A), Melinta (A), Lucillo (S), Sciarra (T)
Delle otto opere scritte da Provenzale (o, meglio, di cui si ha notizia) due sono di genere sacro e comunque perdute; delle altre si salvano solo Il schiavo di sua moglie e Difendere l’offensore , più nota come La Stellidaura vendicata (Napoli 1674). Sono lavori scritti a distanza di pochi anni e sostanzialmente simili nella concezione, ma con precisi elementi di distinzione rispetto alla tradizione veneziana a cui peraltro si rifanno. Provenzale aveva infatti curato gli allestimenti napoletani di alcune opere di Cavalli, e non fa fatica a riconoscere e recuperare gli aspetti più consoni al pubblico partenopeo. Lo Schiavo tiene conto di questa tradizione e, ad esempio, indugia su componenti comiche che a Venezia, negli anni Settanta, cominciavano invece a essere ridimensionate.
La storia, congegnata proprio con l’intento di divertire più che di commuovere, trae spunto dal più volte ripercorso mito delle Amazzoni. Alla corte di Ippolita, regina delle Amazzoni, sono giunti quali prigionieri tre guerrieri greci: Timante, Teseo ed Ercole. Superate le prime ovvie ostilità, cominciano i traffici amorosi: Ercole s’innamora di Melanippe, sorella della regina, Melanippe di Teseo, Teseo di Ippolita, e Ippolita... no, Ippolita non s’innamora di Timante. Timante, invece, presto si scopre essere Leucippo, il marito creduto morto di Melanippe (a lei pareva scorgere qualche somiglianza, però). Timante allora, per tener d’occhio la moglie, decide di travestisi da schiavo turco, creando non pochi inconvenienti (con i buffi Melinta, Lucillo e Sciarra che colgono ogni occasione per far ridere il pubblico). Finalmente Melanippe, svegliatasi d’improvviso dopo il suo solito sonno, vede e riconosce il marito (privo in quel mentre degli abiti da schiavo), lo crede un fantasma del sogno e fugge. Timante, convinto di essere stato rifiutato, vorrebbe uccidersi, poi ci ripensa; e ci ripensa anche Melanippe, e di lì a poco si rinnoveranno reciproco amore. Teseo e Ippolita, dopo qualche incomprensione, faranno altrettanto, e a Ercole non resterà che consolarsi con le pecorelle.
Si è detto che Provenzale è il primo autore di spicco da cui muoverà la cosiddetta «scuola napoletana». In realtà Provenzale, senza nulla togliere al valore della sua scrittura, non ha la consapevolezza del rinnovamento. Le sue ariette, danze o villanelle di origine popolare, come pure l’utilizzo del dialetto (Sciarra, per esempio, parla in napoletano), sono soprattutto la conseguenza di un’attenzione alla tradizione locale: il suo modello rimane Venezia. Vero è che, proprio a Napoli, alla produzione operistica di Provenzale si preferì - fors’anche per snobismo esterofilo, o per pressioni di protettori meglio inseriti - quella di autori quali Ziani o Scarlatti. È un fatto tuttavia che il recitativo spigliato, le armonie cromatiche, il ritmo marcato - caratteristiche che poi saranno riconosciute come ‘napoletane’ - si ritrovano a tratti nello Schiavo - e si ritroveranno nella Stellidaura .
d.d.
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