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14:26 - venerdì 10 febbraio 2012


Scipione Affricano

di Francesco Cavalli (1602-1676)

libretto di Nicolò Minato, da Plutarco

Dramma per musica in un prologo e tre atti

Prima:
Venezia, Teatro Ss. Giovanni e Paolo, 9 febbraio 1664

Personaggi:
Scipione (S), Asdrubale (T), Ericlea (S), Luceio (S), Polinio (S), Siface (A), Massanissa (B), Sofonisba (S), Catone, Ceffea, Lesbo, un messo, un paggio, la Sibilla, un cadavere; coro

Prosegue il nuovo corso delle opere di Cavalli su soggetto storico: artefice il solito Minato che, dopo le fortune di Xerse , ha sfruttato sistematicamente il filone. Anche questa volta, dopo aver ben chiarito cosa è realtà (la storia) e cosa c’è di suo (la finzione), Minato si immagina il ‘privato’ di tanto condottiero, che dapprincipio turba ma poi benignamente favorisce la felice unione di due regali coppie: Ericlea e Luceio, Sofonisba e Siface.

Scipione ha trionfato su Asdrubale; Ericlea, principessa cartiginese, è vinta dal suo esercito (ma Scipione è vinto dai suoi occhi). A lei giunge il promesso Luceio, mai incontrato prima, che pensa bene di mettere alla prova il vero amore della sua predestinata scambiando vestiti e identità col fratello Polinio. Fra i prigionieri vi è anche Siface, la cui moglie Sofonisba è stata rapita da Massanissa, capitano di Scipione. Siface, per liberare la moglie, con uno spettacolare volo si getta dalla torre che lo custodiva, sostenuto «da l’aure accumulate in gonfio lino» (un primo tentativo di paracadute). Posto poi un cadavere ai piedi della torre e creduto morto riesce, dopo varie vicende, a salvare Sofonisba. Ericlea, che per tutta l’opera ha continuato a smaniare per colui che credeva Polinio, tira un sospiro di sollievo quando scopre che in realtà è il suo promesso. Scipione dà prova di tempra e rigore morale evitando di saltare addosso all’altrimenti innamorata Ericlea. Compare, alla fine dei primi due atti, anche la Sibilla, che tuttavia sembra soddisfare più esigenze di magiche apparenze (evocazioni, spiriti, incantate atmosfere) che l’evoluzione della trama.

Con quest’opera la scrittura di Cavalli - forse in seguito all’esperienza parigina dell’ Ercole amante - si fa più complessa: oltre alle linee vocali e a quella del basso, altre parti strumentali vengono sovrapposte al continuo (fino a quattro), e non solo nei momenti consueti dei brevi intermezzi, ma anche durante arie e recitativi, con un genere di scrittura detto ‘accompagnato’. Non viene specificato quali strumenti debbano eseguire queste parti ‘obbligate’: in genere sono il carattere dell’aria o la tipologia di scrittura a indirizzare la scelta. Anche le sue opere precedenti prevedevano controcanti, armonie realizzate, contrappunti e imitazioni, ma non con la sistematicità e l’ampiezza di questi ultimi lavori. Più che nello stile di Cavalli, d’altra parte, si può ipotizzare che questo tardo genere di scrittura denunci un mutamento nella modalità di stesura dell’opera, ora meno disponibile a tollerare ingerenze estemporanee di musicisti adusi a improvvisare, e più segnatamente sensibile alla caducità dell’evento teatrale. Cavalli ha ormai sessantadue anni ed è consapevole di aver indicato una via importante nella storia dell’opera e della musica; del resto è l’unico compositore seicentesco che non disperde le sue partiture, conservate per esplicito volere testamentario (poi confluite, nel 1680, nella biblioteca di Marco Contarini, collezionista veneto di partiture d’opera e, nell’Ottocento, donate alla biblioteca Marciana di Venezia, dove sono attualmente custodite). Forse Cavalli comprende che la sua memoria è legata alla carta e alla scrittura; la sua fama potrà disperdersi, ma la sua musica no: un motivo sufficientemente valido per annotare con maggiori dettagli la sua opera. Una curiosità: Giovanni Francesco Grossi (1653-1697), soprano castrato dalla vita romanzesca, divenne famoso col nome di Siface interpretando l’omonimo ruolo in Scipione Affricano .

d.d.


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