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21:06 - mercoledì 23 maggio 2012


Sentenza, La

di Giacomo Manzoni (1932-)

libretto di Emilio Jona

Un atto in due quadri

Prima:
Bergamo, Teatro delle Novità, 13 ottobre 1960

Personaggi:
Sun-Te (S), Li-scen (Bar), Sen-Ko (T), un contadino (T), un banditore (B), due ufficiali (T, B), il giudice (rec); contadini, soldati, giurati

Insieme con pochissime altre opere rappresentate nel triennio 1959-’61, La sentenza segna la data di nascita del teatro musicale per gli autori della cosiddetta avanguardia ‘post-weberniana’. È inoltre la prima opera italiana, dopo Il prigioniero di Dallapiccola, a essere interamente costruita con la tecnica seriale, pur rappresentando il compiuto tentativo di mediare l’astrattezza del linguaggio strutturalista con il particolare tipo di espressività teatrale che la drammaturgia di quest’opera, di tipo tradizionale, implica. Magda Laszló e Liliana Poli sono state le interpreti principali dell’opera, in occasione del debutto e di una fortunata ripresa al Maggio musicale fiorentino (1963).

La vicenda prende spunto da un fatto realmente accaduto in Cina al tempo della guerra cino-giapponese. Il tribunale del popolo deve giudicare Sun-Te, una donna che ha salvato il partigiano della rivoluzione Sen-Ko sacrificando al posto suo il marito, un innocente contadino, che è stato così fucilato dai giapponesi. Nella sentenza del tribunale si proclama che non vi è luogo né a condanna né ad assoluzione, essendo insondabile se la donna abbia salvato il partigiano per un atto eroico compiuto in nome degli ideali rivoluzionari, oppure per un motivo di ordine sentimentale; solo la donna può conoscere infatti di quale natura fossero i rapporti tra lei e il partigiano quando, a guerra in corso, questi si era rifugiato nella casa di lei. La vera sentenza viene così rimandata alla coscienza della donna, che si ritrova però altrettanto incapace di sondare il suo intimo: sul suo stesso dubbio cala il sipario.

La sentenza è opera di impianto tradizionale: il libretto, che segna l’inizio della duratura collaborazione tra Manzoni e il letterato Emilio Jona, prevede infatti un intreccio narrativo e drammatico che dà estro al musicista di comporre arie, duetti e altri ‘numeri’ melodrammatici. Non per questo il trattamento linguistico è tuttavia meno rigoroso; né si tratta di un intreccio melodrammatico trattato in maniera verista: è stato osservato, piuttosto, come la drammaturgia dell’opera sia fortemente influenzata non solo dagli evidenti modelli della scuola musicale di Vienna, ma anche dal teatro di Brecht. La ricerca di un teatro concepito in modo da far riflettere lo spettatore, il finale aperto, la convinzione che la donna possa risolvere il proprio dramma solo in un rapporto dialettico con la nuova società instaurata dalla rivoluzione, e soprattutto la tecnica dello straniamento - tanto il libretto quanto la musica si astengono radicalmente dal proporre un commento di tipo soggettivo alla vicenda - sono le tracce più evidenti del modello brechtiano. Nei confronti della protagonista la musica rivela, nondimeno, un sentimento di umana partecipazione, espresso in pagine di intenso lirismo e vibrante forza drammatica.

e.g.


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