di Johann Adolph Hasse (1699-1783)
libretto di autore ignoto
(Dorilla e Balanzone) Intermezzi in tre parti
Prima:
Napoli, Teatro San Bartolomeo, 4 novembre 1729
Personaggi:
Dorilla, serva (S); Balanzone, borghese e amante della padrona di Dorilla (B); alcuni contadini (m)
La serva scaltra è uno dei dieci lavori di sicura attribuzione che Hasse produsse nel genere dell’intermezzo (come Larinda e Vanesio o L’artigiano gentiluomo , Napoli 1726, da Molière, e La contadina , ivi 1728): opere destinate a occupare gli intervalli tra un atto e l’altro di un dramma per musica - in questo caso il Tigrane di Hasse stesso - e rimaste popolari, in Italia e in Europa, sino alla metà del Settecento. Il soggetto di questi tre intermezzi corrisponde a quello della Serva padrona di Pergolesi, scritta quattro anni più tardi. Nel 1732 Hasse approntò una revisione di questa sua operina per Venezia.
Balanzone corteggia da tempo, senza risultati, la padrona di Dorilla. La serva, ingannandolo con finte promesse, gli fa sperare vicina una felice soluzione, lo addestra sulle tattiche amorose da adottare, e trova intanto il modo di farsi consegnare dall’ingenuo spasimante una tabacchiera e un anello, senza mai combinare un incontro con la padrona. Balanzone si dichiara addirittura pateticamente disposto a dimostrare il suo amore con il suicidio. Nell’ultimo intermezzo Dorilla, travestita da contadino, finge di essere il proprio fratello: con l’aiuto di altri contadini minaccia di bastonare Balanzone, se questi non acconsentirà a sposare la sorella. Ottenuto il giuramento del credulone, Dorilla svela l’inganno e i due vivranno felici e contenti, marito e moglie.
La musica di Hasse si avvale di un testo dalla scrittura complessivamente molto curata, dalla vitalità comica innegabile e ricco di riferimenti colti all’opera seria come alla mitologia - stravolgendoli, si intende, in chiave parodistica. Il compositore coglie queste disparate sollecitazioni confezionando brani, come l’aria di Balanzone "Antri ciechi, opachi spechi" (preceduta da un drammatico recitativo e impreziosita dal timbro scuro dei fagotti), che risultano spropositati - in questo caso offrono una grottesca immagine musicale della disperazione dell’amante deluso. Qui, come nella splendida "Signora, per resistere" (dal secondo intermezzo, il più ricco di valori musicali), il cantante deve saper affrontare ampi salti della linea melodica, che dimostrano l’attenta cura di Hasse per le parti vocali; proprio quest’ultima aria si era aperta con uno spunto tematico memorabile, mentre quella di Dorilla "Per te, mio dolce ardore" non ha nulla da invidiare, nel suo incedere nobile e sostenuto, a un’opera seria di H&aulm;ndel. Particolarmente riusciti sono inoltre il duetto "Parto e nemmeno addio", che chiude il secondo intermezzo (articolato in più sezioni, estremamente diversificate a seconda dell’andamento del testo, anche con l’introduzione di passi in recitativo), e l’aria di Dorilla travestita da contadino ("Che bel diletto"), in cui i versi onomatopeici della ranocchia e del grillo lasciano insinuare un sorriso nel dialogo già mobile e brillante intrecciato dal soprano e dagli archi.
r.m.
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