Torino, 13 dicembre 2006 - Non c'è amarezza, ma la consapevolezza di aver proposto al pubblico un esperimento innovativo e coraggioso, nelle parole di Walter Vergnano, sovrintendente del Regio di Torino, al termine della prima rappresentazione assoluta del Flauto magico di Mozart al quale sono state integrate le parti recitate, riscritte per l'occasione da Alessandro Baricco. «Il compito di un ente lirico è offrire il miglior repertorio ma anche proporre strade nuove», ha dettato ai cronisti. Il pubblico, forse lo stesso, sicuramente affine per passione a quello che ha «buato» Alagna alla Scala, non ha gradito. Non ha gradito ma ha riso quando uno dei cabarettisti Turbolenti - ingaggiati per recitare il parlato baricchiano - all'arrivo del tenore ha sarcasticamente notato: «speriamo che almeno lui non se ne vada».
Un gioco, la cronaca che si fa testo, il vero che irrompe nella rappresentazione. Non è, in fondo, sempre stato così? Non parlava forse ai suoi contemporanei il Flauto di Mozart e Schikaneder, denso di riferimenti a un mondo di alate fantasie ma anche ben consapevole dei limiti concreti posti dalle ristrettezze dei generi in voga all'epoca, e ben determinato a frantumarli, grazie al martello dello Singspiel? Dal canto suo, Baricco, che sappiamo molto attento alle critiche, ha tenuto a precisare di aver voluto rispettare in toto il libretto originale, aggiungendovi, con la tecnica del «teatro nel teatro», un sorta di prologo buffo, capace di rendere il racconto più attuale. Sulle critiche poi ha aggiunto: «Solo una città come Torino, e in un Paese come l'Italia, cose come queste fanno gridare allo scandalo. Io sono intervenuto nel massimo rispetto della musica di Mozart, per rendere l'opera un po' più attuale e spero divertente. Secondo me il Flauto deve far ridere»
E appunto il tema dell'attualità al centro di questa operazione che, al di là dei singoli meriti - che la Fondazione del Regio condivide con la Fondazione Crt, la quale ha sostenuto il progetto con un contributo straordinario - ci pone di fronte alla vexata quaestio: il melodramma è bello perché immodificabile o, al contrario, può prestarsi - a certe condizioni - a essere riletto, interpretato, persino stravolto (ma non era questo il caso), così come avviene quotidianamente nel campo della prosa, dove Shakespeare, Goldoni o Pirandello si prestano senza rivoltarsi nelle rispettive tombe, a ogni sorta di rivisitazione?
In attesa che le repliche successive - tutte esaurite fino al 24 dicembre - chiariscano dubbi o ne pongano di nuovi, resta da registrare il favore incondizionato del pubblico verso la compagnia di canto, col fresco premio Abbiati Nicola Ulivieri (Papageno) e Rachel Harnisch (Pamina) in evidenza. Meno unanime ma nel complesso positiva la reazione degli spettatori della «prima» all'originale regia del lituano Oskaras Korsunovas, premiato proprio a Torino come miglior emergente nell'ambito del Premio Europa per il teatro. La sua scena si presenta dominata da una colorata giostra francese, simbolo di allegria, sogno, fanciullesca spensieratezza.. (e.f.)
Nella foto, la giostra, elemento attorno al quale si sviluppa l'opera
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(00:00 - 13 dic 2006)
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