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09:20 - giovedì 17 maggio 2012


Enti lirici. Cosa cambia col decreto

La versione definitiva del decreto legge con il quale il governo intende riformare il sistema degli attuali 14 enti lirici ha tenuto conto dei rilievi effettuati dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, prima di apporre la propria firma al provvedimento, entrato in vigore subito dopo la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale e che dovrà essere convertito in legge entro 60 giorni, pena decadenza. Solo dopo la conversione in legge saranno approvati uno o più Regolamenti che provvederanno alla "revisione dell'attuale assetto ordina mentale e organizzativo delle fondazioni lirico-sinfoniche".

Il ministro della Cultura, Sandro Bondi, incontrerà giovedì 6 maggio i sindacati, in ossequio a una specifica richiesta avanzata dal Presidente della Repubblica. I lavoratori della lirica, prima ancora di scendere nel dettaglio del provvedimento, ne hanno contestato la natura. Normare per decreto, è la loro tesi, quando da anni viene sollecitata un'organica riforma del settore, non è la strada giusta per giungere a risultati equilibrati e duraturi. Va però aggiunto che, a parte qualche lodevole eccezione, quasi tutti gli enti lirici soffrono di un indebitamento crescente, acuito dai tagli operati dal governo al Fondo unico per lo spettacolo, una buona parte del quale viene tradizionalmente assorbito proprio dalla lirica. Sullo sfondo si staglia il sostanziale fallimento della legge di riforma del 1996 (patrocinata dall'allora ministro della Cultura, Walter Veltroni), che avrebbe dovuto facilitare la partecipazione dei privati nel finanziamento e nella gestione degli enti lirici.

Anche dopo le correzioni apportate al testo del decreto, i sindacati della lirica hanno mantenuto la propria sostanziale contrarietà al provvedimento, a partire dalla denuncia del blocco del turnover e dei concorsi fino a tutto il 2012 (con l'eccezione di professionalità di "altissimo livello", necessarie per la copertura di ruoli di "primaria importanza indispensabili per l'attività produttiva"). Dopo il 2012 ogni assunzione a tempo indeterminato dovrà comunque essere autorizzata dal Ministero, che fisserà anche il numero massimo di contratti a tempo determinato ascrivibili alla gestione annuale dell'ente.

Un altro tasto sensibile è rappresentato dalla riduzione del 50% del contratto integrativo, nel caso in cui non si giunga entro un anno alla firma del nuovo contratto nazionale, che di fatto manca dal 2003. Una misura che molti lavoratori ritengono vessatoria perché l'integrativo rappresenta una quota non indifferente dei loro stipendi. Infine, viene modificato l'iter di approvazione del contratto nazionale, prevedendo l'intervento dell'Aran (l'agenzia dello Stato che lo rappresenta nei rinnovi contrattuali del settore pubblico) in una trattativa che fino ad ora vedeva coinvolte unicamente le diverse sigle sindacali da un lato e l'Anfols (rappresentante le Fondazioni liriche) dall'altro.

Il vero "giallo" legato alla gestazione del decreto è però quello legato all'autonomia degli enti lirici. Nella prima versione del decreto Bondi, venivano infatti espressamente indicati la Scala e l'Accademia di Santa Cecilia come unici enti di livello "nazionale". Nella versione conclusiva, controfirmata da Napolitano, questo esplicito riferimento viene a cadere, ma rimane il sostanziale legame con i principi di "efficienza, economicità, corretta gestione e imprenditorialità" che costituiscono le precondizioni per avere accesso a un nuovo sistema di elargizione dei fondi pubblici.

Al momento, tuttavia, solo la Scala può vantare allo stesso tempo un sostanziale pareggio dei conti e la massiccia presenza di soggetti privati in funzione di co-finanziatori. È questo il modello al quale, in teoria, tutte le Fondazioni liriche dovranno tendere in futuro per acquisire la tanto agognata autonomia economica e finanziaria. Una prospettiva oggettivamente ardua da inverarsi, per motivi che tutti gli appassionati conoscono, a partire dai costi di allestimento, al cast, allo scarso numero di repliche programmabili e soprattutto al diverso appeal nazionale e internazionale di cui godono i teatri d'opera nei riguardi del mondo imprenditoriale privato. Non è un caso - ed è comprensibile che sia così - che solo il Cda della Scala assomigli oggi a uno dei quei "salotti buoni" in cui si fanno e disfano i destini economico-finanziari del Paese.

E poi c'è un dato, che pesa come un macigno su tutta la materia: il fatto che il nostro Paese destini alla cultura non più dello 0,30% del suo Prodotto interno lordo (ripetiamo: meno di un terzo di un punto percentuale). Con buona pace di chi continua a blaterare di un'Italia ricca di tesori, di un luogo in cui si può ammirare la massima concentrazione di testimonianze artistiche del mondo. Un'eredità di cui, forse, non ci siamo finora dimostrati degni eredi fino in fondo. (enzo fragassi)

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