Dopo la colorata e partecipata manifestazione di lunedì in piazza Navona e le assemblee pubbliche tenute a Bologna e Firenze, questa sera alle 20 il popolo dello spettacolo si ritrova al Teatro Valle di Roma per chiedere ancora una volta il ritiro del decreto legge n° 78 del 31 maggio, che sancisce, fra gli altri, anche la soppressione dell'Ente Teatrale Italiano, il quale del Valle e- come è noto - anche gestore assieme al Teatro della Pergola di Firenze e al Duse di Bologna.
A giudicare dalle precedenti manifestazioni, saranno molti gli autoconvocati che prenderanno la parola in difesa della cultura minacciata dai tagli. Da Sergio Castellitto a Marco Baliani, da Maurizio Scaparro a Giuliana Lojodice, da Marco Bellocchio a Giancarlo Cauteruccio, passando per Fausto Paravidino, Arturo Cirillo, il duo Scimone-Sframeli e tantissimi ancora. Tutti concordi nell'affermare che la crisi non può essere pagata due volte dai lavoratori dello spettacolo e che la cultura di un Paese come l'Italia non deve essere condannata a una condizione di perenne "ultima della classe" nel consesso delle nazioni civili.
Qualche dato, per fotografare la situazione. L'Eti, Ente Teatrale Italiano - ricordano i lavoratori in agitazione - conta 28 dipendenti appartenenti al comparto pubblico, mentre altri 145 (la grande maggioranza, dunque) sono assunti con il contratto Agis e pertanto sarebbero difficilmente riassorbibili in altri enti della pubblica amministrazione. L'Eti è inoltre l'unico ente pubblico che promuove la cultura e lo spettacolo ad essere stato incluso nell'allegato 2 dell'articolo 7 del decreto di soppressione. La cessazione traumatica delle sue attività verrebbe a distruggere la rete di preziosi contatti e progetti in corso, rimettendo in discussione anche tutto il lavoro già fatto per la definizione dei cartelloni dei tre teatri in gestione diretta.
Ma il dramma dell'Eti non è che la punta dell'iceberg di una stagione da tregenda per lo spettacolo dal vivo, annunciata dalla riforma (sempre per decreto) del sistema degli enti lirici, che si avvia verso il momento della verità, con la definitiva conversione in legge o con l'indicazione di un percorso condiviso con le rappresentanze sindacali, di cui però al momento non pare esservi avviso.
Ancora le cifre ci vengono in soccorso per chiarire almeno quali siano i termini della questione. Sono state dette e scritte molte volte in queste settimane, ma vale sempre la pena tenerle a mente. Il Fus - Fondo unico per lo spettacolo - che è la fonte principale di sussidio pubblico al complesso delle attività di spettacolo, a metà degli anni '80, ovvero poco dopo la sua costituzione, ammontava a 900 miliardi di lire (circa 450 milioni di euro). Nel 2010, sarà di 409 milioni e se ne prevede con la prossima Finanziaria la discesa a 300 milioni, sullo stesso livello del 2005 (in carica sempre un esecutivo guidato da Silvio Berlusconi), quando subì un altro drastico taglio del 35%.
Quasi la metà del Fus è tradizionalmente indirizzato al finanziamento delle 14 fondazioni liriche, nate in seguito alla riforma del 1997 (governo Prodi, ministro Veltroni) che avrebbe dovuto sbloccare il settore, aprendolo all'apporto di soggetti privati interessati a finanziare la valorizzazione culturale del Paese. Visti i risultati, a 13 anni da allora un ripensamento si impone, ma preceduto da un progetto di riforma ampio e condiviso che invece la politica non ha mai realmente assecondato, preferendo da un lato magari tirare a campare difendendo antiche rendite di posizione, oppure brigando solo per sostituire nuove "cricche" alle precedenti, secondo un comprovato meccanismo di spoil system mediato dai tempi e dai modi di Bisanzio.
Tolta la lirica, agli altri soggetti - teatro, cinema, l'eterna cenerentola danza, performance dal vivo in genere - non rimarranno così che le briciole, rinnovando una guerra fra poveri che fa male solo a pensarla. Un'ultima sventagliata di cifre che costituiscono la cornice finale del quadro a tinte fosche della cultura italiana (fonte Il Messaggero). Mentre il nostro Paese le destina 1,8 miliardi di euro l'anno - pari allo 0,3% del Pil - Stati a noi vicini, coi quali siamo in perenne concorrenza su settori vitali come il turismo, l'immagine all'estero, la qualità dei servizi e quella della vita nelle città - sono in grado di esporre ben altri bilanci: 12 miliardi l'anno la Francia, 8,6 la Germania, 5,3 sia la Gran Bretagna che la Spagna. Ora noi sommessamente domandiamo: in questi Paesi la crisi non è passata? I rispettivi governi non hanno forse dovuto approntare drastiche manovre economiche di contenimento dei costi come è stata costretta a fare l'Italia? Perché non si accaniscono sulla cultura? Forse perché hanno imparato a considerarla "necessaria" come l'energia, le infrastrutture, i trasporti? Forse. (enzo fragassi)
Chi volesse esprimere solidarietà ai lavoratori dell'Eti in agitazione, firmando una petizione pubblica alla quale hanno già aderito migliaia di persone, può farlo QUI.
(13:03 - 09 giu 2010)
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