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03:40 - giovedì 24 maggio 2012


Italia-Brasile 3-2

I miti, i grandi eroi del contemporaneo vestono mutandoni, scarpette, maglie colorate e corrono dietro a un pallone. Il tallone d'Achille è diventato il menisco di Ronaldo e Bruno Pizzul ha preso agilmente il posto di Omero. Il calcio come epica umana, il calcio come racconto popolare, come memoria collettiva unificante e identificante: la letteratura calcistica attinge a piene mani al linguaggio mitologico diventandone moderno surrogato. Partendo da queste premesse, e da una viscerale passione per quella che Brera chiamava «l'arte pedatoria», il giovane palermitano Davide Enia ha imbastito un «cunto» su una delle pagine più «alte» della patria storia calcistica.

Italia-Brasile 3-2, questo il titolo del lungo racconto di cui Enia si fa carico, accompagnato dalla magistrale presenza di due fratelli chitarristi, Settimo e Riccardo Serradifalco. Ha scelto la metrica e l'impianto difficile del «cunto» - l'antica arte fabulatoria siciliana - perché Bruno Conti e Paolo Rossi possono benissimo essere raccontati come Orlando e Rinaldo: combattenti, invincibili eppure fragili, stanchi ma indistruttibili. Enia muove da un breve riepilogo dei fatti accaduti quell'anno: da Vasco Rossi a Sanremo all'omicido La Torre, dal prezzo della benzina all'avvento del colore nella tv di casa. Proprio attorno ad un nuovo, e bellissimo, Sony Black Triniton quello storico 5 luglio 1982 si raccoglie la famiglia del protagonista: ognuno con i propri riti, con le proprie scaramanzie, con i propri gesti. Tutti lì, pronti, per assistere all'incredibile scontro: l'Italia contro i marziani brasiliani. Ogni spettatore è responsabile, co-protagonista della partita, e guai se non esegue al meglio il proprio compito: «se abbiamo vinto è anche merito nostro», dice Enia.

E lo spettacolo è un coinvolgente gioco a incastro: si moltiplicano i racconti, seguendo la trama delicata della partita. Il narratore evoca il clima, le azioni, le difficoltà di quello scontro: con minuziosa ricostruzione tornano a vivere le gesta del quarantenne Zoff, del «bellissimo» Antonio Cabrini, del «generoso» Ciccio Graziani, ma anche di Falcao, Socrates, Oscar... Nomi entrati nella leggenda: eroi, appunto, di una stagione ormai lontana. Poi, come in un gioco di scatole cinesi, dal racconto scaturiscono altri racconti, come quello del brasiliano Garrincha, dalle gambe di lunghezza diversa, o quella - davvero leggendaria - del portiere Tusevich, fucilato dai nazisti proprio sulla bianca linea di porta. E non servono scenografie, solo tre sedie - per il narratore e i musicisti - per raccontare questo divertente spaccato dell'Italia di allora, del carattere nazionale eternamente oscillante tra euforia e vittimismo, fanatismo e auto-commiserazione. Il pubblico del Festival Enzimi di Roma partecipa con passione e, al termine del racconto, quasi naturalmente, si moltiplicano i ricordi del «proprio» mondiale. Sono passati venti anni da allora, il calcio ha preso altre strade, come la vita. Ma la memoria di quel sogno, di quel «come eravamo», torna bruciante. C'è solo un piccolo neo, un errore di «montaggio» nella struttura narrativa che affatica lo spettatore: ma Italia-Brasile 3-2 lascia tutti con il sorriso, con il piacere dolce che Davide Enia sa regalare quando, con complicità, ripete per tre volte le parole di Martellini: «Campioni del Mondo...»

di andrea porcheddu

(19:10 - 22 set 2002)



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