Al teatro Carlo Felice di Genova, esordio esclamativo di Bruno Bartoletti nella Jenufa di Leos Janácek. A 77 anni, il direttore fiorentino, anzi sestese, affronta una partitura ardua con lo spirito di quando, giovanissimo, al Teatro Comunale di Firenze, dirigeva autori contemporanei di fronte a un pubblico magari scarso ma entusiasta. Poi sono venuti i riconoscimenti di una carriera, in Italia e all'estero, soprattutto negli States, ricca di soddisfazioni, di successi. Non ha il glamour di altri, glielo impedisce la sua naturale semplicità, ma le sue ultime direzioni meritano di collocarlo tra i grandi direttori contemporanei: ricordo Britten a Genova (La morte a Venezia), e Weil (Mahagonny) ancora a Genova e, ultimamente Puccini (Bohème) alla Scala.
Il merito del trionfo di Jenufa è soprattutto suo, nel modo come ha risolto il personalissimo linguaggio del musicista, quella sua prosodia melodica, lontana dalla via francese e dall'ingombrante ostacolo wagneriano. La cellula musicale di Janácek, con il suo ostinato tonalismo è risolta da Bartoletti con una minuziosa e ispirata partecipazione. Si capisce che lui ama quella commistione di folklore profondamente assimilato e di liricità frenata, che fanno dell'opera di Janácek un unicum inimitabile. Lo stesso compositore, poi, seguirà un'altra strada. Naturalmente Bartoletti è stato egregiamente coadiuvato da interpreti eccezionali, soprattutto le donne, Patrica Racette, nel ruolo del titolo e Kathryn Harries splendida Kostelnicka.
Ma tutti dovrebbero essere citati, anche per le loro qualità «istrioniche»: non sempre cantanti sanno recitare, anzi quasi mai. Questo sì, merito forse anche della forte regia della Liliana Cavani. Questa edizione, regia e scene, l'avevamo già vista a Firenze, nel 1993. E, ancor oggi, poco mi convince lo spostamento in avanti di mezzo secolo dell'azione. Sembra di essere, non nel mezzo di lontani e isolati paesi delle montagne slovacco-morave, ma in qualche cittadina sovietica degli anni Trenta.
di piero gelli
(12:29 - 24 mar 2003)
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