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00:35 - giovedì 09 febbraio 2012


L'italiana in Algeri

All' Arcimboldi ritorna dopo trent'anni esatti (con una ripresa nel decennio successivo) L'Italiana in Algeri nel celebre allestimento di Jean Pierre Ponnelle. Era il terzo di una trilogia rossiniana che è rimasta nel cuore di ogni spettatore. Il duo Abbado-Ponelle, affiancati da interpreti straordinari centrarono tre bersagli: prima il Barbiere, poi la Cenerentola, infine questa Italiana, nell'accurata revisione critica di Azio Corghi. La prima impressione riascoltandola è una sfrenata ammirazione, quasi infantile, per lui, Rossini, che, quando la compone, nel 1813, ha solo ventun anni, e chiude un secolo, non si cura di Mozart, perseguendo tranquillo la sua strada, e scrive in breve tempo quattro opere variamente comiche, assai diversificate, che sono quattro capolavori, perché alle tre suddette va aggiunto lo stupefacente Turco in Italia.

Quanto allo spettacolo di Ponnelle è davvero inossidabile, perfetto oggi come meccanismo comico come lo era ieri, per niente invecchiato, grazie anche alla sapienza di Sonia Frjsell, che ha riallacciato perfettamente ogni nodo scenico, restituendo la grazia, la freschezza e la forza esilarante di allora. In più stavolta, c'era un protagonista strepitoso (è un aggettivo che detesto, che non uso mai, ma non ne trovo altri per sottolinearne la bravura), Juan Diego Flórez, perché indubbiamente la sua performance ha spostato l'attenzione da Isabella a Lindoro.

A mio avviso dai tempi del compianto Alfredo Kraus non si sentiva una voce così duttile, così armoniosa, così squillante e limpida, con una dizione così chiara da rendere tutto comprensibile, simile in questo al Pavarotti d'antan. E in più, una grazia fisica e una capacità attoriale, che rende credibile ogni personaggio che Flórez affronta. È inutile che le due grande arie soliste, nel primo atto e nel secondo, sono state accolte da applausi entusiasti che ricordavano i tempi migliori della Scala. Voce importante anche quella di Vesselina Kasarova, che molti anno paragonato alla Horne, per i suoi bassi notevoli. Tuttavia, qui non ha convinto del tutto, è parsa fuori parte e legnosa, non a fuoco i registri tra gli alti e i gravi. Fiacca la sua interpretazione. L'aspettiamo in ruoli a lei più confacenti.

Ottima la prestazione di Michele Pertusi, come Mustafà: è un buon momento per lui, reduce dal trionfo torinese del Don Chisciotte di Massenet. Quanto al Taddeo di Alfonso Antoniozzi, con la sua voce buona ma non eccezionale e la sua gestualità da filodrammatico, non ci ha fatto dimenticare l'indimenticabile Enzo Dara. Bravi tutti gli altri. Quanto al maestro, che ha riscosso qualche dissenso alla fine, se l'è cavata con onore, in una partitura tutt'altro che facile.

di piero gelli

(13:42 - 11 mar 2003)



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