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15:21 - luned́ 21 maggio 2012


Pane quotidiano

Sono tutti presumibilmente più o meno giovani, più o meno in carriera, tranne uno che è emblematicamente disoccupato. Sono tutti rigorosamente single, e con evidenti problemi di solitudine, di vuoto affettivo da colmare. La loro vita di ogni giorno è scandita dai riti del lavoro o della mancanza di questo, dall'impegno in attività che non ci è dato riconoscere, ma che - con maggiore o minor dose di adesione, di zelo, o al contrario di insofferenza e rivolta individuale - sembrano accomunarli in un analogo modello di comportamento, che è quello della new economy, del far merce di sé e del proprio modo di presentarsi.

Attraverso frammenti, spezzoni, brandelli di monologo interiore, tracce o memorie di un dialogo con gli altri che nell'isolamento in cui i personaggi si muovono non potrà mai palesemente avere luogo, Pane quotidiano - curioso testo di Gesine Danckwart, al centro di un interessante progetto italo-tedesco - evoca allusivamente il loro sforzo di adattarsi alla realtà attraverso formule, mantra, piccoli esercizi mentali: lo shopping come occasione di confronto con se stessi, la ricerca di fugaci incontri umani per riempire il deserto del sabato sera, il tempo libero che libero non deve essere per non precipitare nell'angoscia.

La stessa sincopata discontinuità di stati d'animo espressa dal testo, la stessa sostanziale incapacità di raggiungere una qualche forma di interezza dell'io si riflette nell'andamento segmentato della messinscena, che sembra rispecchiare questo intreccio di percorsi solipsistici, questo vorticare di piccole esistenze senza meta, proiettate in uno spazio rosa confetto che è insieme un interno domestico, un ufficio o un negozio, ma potrebbe essere la cassa di un supermarket, o il check-in di un aeroporto, tanto la differenza è irrilevante. A dominare il tutto, il simbolo di una carta di credito e un richiamo al logo di McDonald's.

La regista Claudia Hamm è stata assistente di un estroso creatore di spiazzanti eventi scenici come Christoph Marthaler, e lo si nota da un certo uso volutamente sgradevole e inquietante dell'immagine, dal ricorso a incongrue movenze coreografiche che scuotono a tratti la gestualità dimessa dei protagonisti. Loro, gli attori del Teatro dell'Argine di Bologna, ostentano un aspetto debitamente disadorno e poco attraente, sorrisi stereotipati e atteggiamenti nevrotici: nel complesso, lo spettacolo rivela un impianto stilistico preciso e accurato, benché il copione, a lungo andare, offra meno di quanto all'inizio parrebbe promettere.

di renato palazzi

(15:42 - 21 mag 2003)



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