Nel mondo violento e politicamente scorretto del trentanovenne regista argentino Rodrigo Garcìa - nuova stella della regia internazionale ormai trapiantato in Spagna dove ha fondato un gruppo di rottura dall'emblematico nome di Carneceria, la macelleria, in ricordo della professione di suo padre - non c'è posto per la pietà.
Da questo punto di vista Agamennone (sottotitolo sono tornato dal supermercato e ho preso a legnate mio figlio) è un vero e proprio manifesto crudele e grottesco, una liberissima interpretazione della celeberrima tragedia di Eschilo fra politica e trash, provocazioni, nudità e ricordi dell'11 settembre con le Torri Gemelli e un aereo in arrivo disegnati in tempo reale da un attore sulla schiena di altri due attori nudi, mentre asfittici polli, cotti allo spiedo nel corso dello spettacolo, vengono messi come morticini in piccole bare, coperte dalla bandiera americana. Per Garcìa il mondo è bianco o nero. Didascalismo, violenza insopportabile, agghiaccianti metafore corporali gli servono per dirci che ci sono i ricchi e ci sono i poveri; i signori del mondo e i dannati della terra. Bush, Berlusconi, Aznar, Blair, Chirac, Saddam, Bin Laden, che possono essere tanti Agamennoni o Egisti e i poveracci della terra di tutte le periferie del pianeta. La storia del mondo? Una schifosa storia di soldi che divide i popoli fra chi ne ha e chi non ne ha: chi li ha, mangia; chi non li ha, crepa. È successo così anche ai tempi della guerra di Troia, dei Greci e dei Troiani. Chi ha il potere, a partire dal potere mediatico, schiavizza, violenta, riduce ad oggetto senza dignità e anima chi non ce l'ha. C'è chi ha tutto e c'è chi «lecca il culo» a chi è più potente di lui, in una catena senza speranza che nel nostro mondo culmina con George W. Bush.
La tragedia vive e sopravvive solamente nella quotidianità più degradata, senza speranza, sostiene il regista. Per spiegarlo a suo figlio, lo schizzato protagonista che ritorna a casa dal supermercato dove ha fatto le spese più inutili e sbagliate si serve di ali che di pollo non hanno più nulla, coinvolgendo un laido Kentucky Fried Chicken e tutto il suo personale. Ma quando alle sue spalle passano le immagini dei potenti al G8 di Genova e viene ricordata la morte di Carlo Giuliani o quelle della prigionia degli afgani a Guantanamo, allora il teorema di Garcìa, che è semplicistico definire no global - tragedia uguale soldi, violenza, American Card , Euro, merda, sopraffazione, consumismo - è tutto chiaro. Come è chiaro il senso delle immagini da Grande Fratello mute, ma estremamente esplicite, di Silvio Berlusconi. Sull'onda di un rock duro suonato dal vivo dal gruppo catalano Standstill o di aeree «fughe» di Bach, tutto si corrompe grazie alla fantasia grottesca ed eccessiva, mortuaria e terribilmente blasfema di Garcìa che crea personaggi del tutto anomali per i suoi attori disciplinati e duttili oltre che incredibilmente «naturali», abituati a lavorare sull'improvvisazione, provocatori quel che basta anche nella loro nudità il cui solo scandalo è quello di rappresentare il «grado zero» della nostra espressività. Ecco i caschi blu dell'Onu in mini slip di cui una squittente presentatrice ricorda le «grandi performances» in Kosovo o in Rwanda che ballano una lap dance mentre alle loro spalle passano immagini di desolazione.
Ci si imbratta, ci si infanga, ci si versa addosso dell'uovo sbattuto per poi rotolarsi nel pane grattugiato o nella farina mentre le angurie spappolate diventano elmetti o rifiuti dall'odore insopportabile e in scena le docce funzionano a pieno regime, ripulendo alle bell'e meglio i corpi degli attori. E non mancano pietà e crocifissioni (ma il sangue è succo di pomodoro) e bambini smarriti in un supermercato come nel bosco della strega... Tutto fa schifo a questo anarchico che fa un teatro politico alla sua maniera: i supermercati, il cibo, i soldi. Tutto si corrompe e la macchia è indelebile mentre la pietà è morta. Questo è l'universo di Garcìa costruito sulle accelerazioni verbali, su dialoghi spiazzanti, monologhi inquietanti e improvvisi e sorprendenti squarci lirici quando meno ce lo si aspetta. Così parla (e racconta) e vive il suo teatro: prendere o lasciare.
di maria grazia gregori
(15:14 - 18 set 2003)
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