La luce si spegne improvvisamente: il pubblico resta perplesso, c'è un istante piuttosto lungo di silenzio, che si scioglie, poi, in un applauso crescente. Finisce così lo spettacolo visto al Piccolo Eliseo di Roma: quasi con sorpresa, o addirittura disagio. In scena erano Fabrizio Parenti e Carla Chiarelli, a prendersi in carico due testi non facili di Natalia Ginzburg:Dialogo, del 1970 e Il Cormorano, scritto nel 1991 poco prima della morte dell'autrice. Testi non facili, perché apparentemente leggerissimi, al limite dell'inconsistenza: sono due fotografie su altrettante coppie di borghesucci e intellettuali, in preda al loro profondo disagio esistenziale. Dialoghi men che quotidiani, un parlottio ininterrotto, ma che lascia intravedere l'assoluto abisso in cui questi personaggi sono calati: l'abisso del vuoto, del silenzio, del fallimento, del non-amore. Ginzburg gioca con il suo lessico familiare, fa parlare d'altro, distrae, sposta l'attenzione continuamente: è un gioco di rimandi, apparentemente distratto, al punto che i due coniugi di Dialogo non fanno altro che chiedersi continuamente di chi si sta parlando...
Si entra di soppiatto in quelle case tutte romane: loro, quei personaggi, sono in pigiama, appena svegli, a lavoricchiare o a chiacchierare. Una mattina come tante altre. Assurda e vuota come tante altre. E la scena, un palcoscenico svuotato di tutto, con qualche oggetto di recupero e un vecchio divano da interno borghese sfatto, fa da semplice contesto alle parole. Sta agli attori, dunque, dare corpo a quelle parole: Chiarelli e Parenti, bravissimi, lo fanno con disincantato stile. Fanno apparire in controluce quei personaggi, li mostrano, li evocano, li interpretano, li criticano quasi prendendone le distanze. In un continuo gioco di rimandi tra un passato non troppo lontano e un presente immutabile, l'affondo della compagnia Quellicherestano nella scrittura della Ginzburg funziona proprio come sottile (auto)critica al disastro della borghesia capitolina. Quel che siamo stati e che siamo, vibra sotterraneo nella levigata scrittura della Ginzburg: e fa bene il regista Werner Waas a non calcare i toni, a incastonare tutto e tutti in una patina di «cecchiana» trasandatezza.
Dopo aver affrontato innumerevoli e complesse scritture contemporanee (da Schwab a Jelinek, da M&uulm;ller a Moresco a Moravia), il gruppo romano trova un nuovo, adeguato campo d'indagine proprio in Natalia Ginzburg. Non tanto per gusto di un vintage teatrale, quanto per dimostrare - e con successo - quanto le dinamiche e le tensioni non siano poi cambiate nell'arco degli ultimi vent'anni. I miti della sinistra intellettuale sono quelli di sempre: il pacifismo, l'ambientalismo (il cormorano da salvare in piena guerra del Golfo), la scrittura, la fuga (in Spagna per i due del Dialogo), l'amicizia influente, la televisione...
Un mondo, il solito mondo, che svela solitudini e insoddisfazioni, coppie in crisi e incomunicabilità. E se ne Il cormorano questi temi vengono appena sfiorati, in una sorta di preambolo programmatico, nel Dialogo l'atmosfera si fa sempre più cupa e pesante, fino all'angosciato e angoscioso urlo di lei, quasi indifesa di fronte a una finestra aperta, a guardare la pioggia. Restano lì, quei due esserini, in piedi, soli, uno accanto all'altra. Fuori piove, e loro, come tanti altri, non si sono salvati.
di andrea porcheddu
(14:49 - 18 nov 2003)
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