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01:10 - venerd́ 12 marzo 2010


Kontakthof

Il mondo visionario di Pina Bausch, la sua pungente capacità di introspezione e traduzione scarna e penetrante dei tic, i (molti) vizi e le (scarse) virtù dell'animale sociale, la metafora dei suoi eterni girotondi e delle sue inesauribili diagonali, cadenzati da gesti quotidiani e sguardi complici alla platea, i frammenti di discorsi banali che sanno comunque gettare illuminanti squarci su vite ancora più ordinarie, ci sono ancora tutti. E ci sono anche le cattiverie, travestite da rituali sociali, cosicché un ballo del mattone diventa per le coppie l'occasione per rivelatrici angherie e sottili violenze fisiche, mentre solitari exploit esibizionistici argomenti di sottili giochi al massacro. In più si mantiene intatta quella singolare atmosfera di straniamento, di «distacco» raggelato che, nonostante l'ambientazione realistica - una sguarnita sala ballo che ricorda da vicino certi ambienti da oratorio o casa del popolo della nostra provincia (la scena, bellissima, è di uno storico collaboratore di Bausch, Rolf Borzik) - appartiene all'umanità variegata e assoluta che popola le visioni della coreografa tedesca.

A rendere diversa (ma, in fondo, quanto?) questa nuova edizione di Kontakthof - titolo culto della produzione bauschiana, che partendo proprio da questo lavoro del 1978 fissò i canoni compositivi degli Stucken di vita e teatro che hanno segnato la nostra vita - è la presenza in scena di ventisette signori e signore tra i sessanta e gli ottant'anni che hanno preso il posto dei memorabili interpreti del Wuppertal Tanztheater e ora, dopo aver risposto con entusiasmo all'invito della coreografa di cimentarsi con questo suo «classico» per celebrare due anni fa i venticinque anni della compagnia nella città tedesca, girano in Europa con la consumata disciplina dei professionisti, come abbiamo appurato al Teatro Comunale di Ferrara, dove Kontakthof è arrivato in esclusiva italiana per Prime Visioni Festival. Sono proprio questi venerandi signori, con i corpi sfatti, i movimenti rigidi e cauti, le reazioni più ovattate e i visi segnati dal tempo e le voci non impostate (con le quali però parlano lodevolmente italiano) a fare infatti di Kontakthof mit Damen und Herren over 65, una sorta di ideale trait d'union tra scena e vita, quasi che il senso di immedesimazione del pubblico in sala si acuisca osservando in scena persone di una normalità disarmante e di una fragilità emotiva che non riesce ad ammantarsi della tecnica e della capacità di controllo espressivo dei professionisti.

E forse proprio questa aderenza, senza filtri, tra chi osserva e chi agisce, è l'elemento nuovo sul quale Pina Bausch ci spinge a riflettere, oggi che le sue radicali intuizioni espressive non hanno più l'impatto sconvolgente che ebbero venticinque anni fa, segnando inesorabilmente la generazione dei nuovi teatranti. Perché incastonato in una struttura drammaturgica rigorosa e tutt'ora esemplare, in quel luogo dei contatti c'è un frammento di umanità vera e vibrante, che non grida e aggredisce più - come un tempo - ma non per questo non spinge a riflettere e a ritrovare le nostre piccole, indicibili, insostenibili verità.

di silvia poletti

(16:09 - 28 nov 2003)



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