Ossessionato dal grande tema della giustizia Heinrich von Kleist, una vita difficile, vissuta ai margini fino al suicidio avvenuto nel 1811 (a soli 34 anni) sulle rive del Wannsee, ha sempre costruito il proprio teatro all'interno di una zona libera e accidentata incerta fra commedia o dramma quando non addirittura tragica. Ne fa fede anche La brocca rotta firmata da Cesare Lievi e coprodotta dal Centro Teatrale Bresciano e da Emilia Romagna Teatro, attualmente in tournée. Andata in scena con clamoroso insuccesso, nel 1808 con la regia di Goethe (che non amava Kleist), quest'opera difficile e contorta non è mai stata troppo rappresentata e non solo da noi. L'edizione di Lievi, autore anche di una bellissima traduzione (che ha sì sfrondato qua e là, ma che ha anche recuperato l'ultima scena, ridotta dallo stesso autore, che getta una luce ambigua sui personaggi), ha, dunque, un indubbio interesse proprio a partire dal tema di cui si diceva all'inizio oggi più che mai inquietante e attuale: il valore, il senso della giustizia, la fiducia che ogni cittadino dovrebbe nutrire verso di essa. Fiducia che già Kleist non aveva più, tanto da rappresentarcela, proprio in questo testo, corrotta e contorta malgrado uno pseudo-lieto fine. La vicenda, ambientata in un paesino delle Fiandre vicino a Utrecht, è presto detta. Una vedova chiede giustizia per una brocca rotta nel cuore della notte nella camera della sua giovane figliola. Questa brocca assume però un valore metaforico, un doppio senso fortissimo che va di pari passo alla perdita della reputazione, della verginità addirittura, da parte di una giovane fanciulla che riceve nella sua camera un misterioso visitatore. Chi è costui? Il fidanzato? Uno spasimante respinto? O chi altri? La ragazza, Eva, è reticente, il fidanzato è incredulo, la madre vuole arrivare alla conclusione al più presto, il giudice gaudente, che istruisce il processo e che ha una vistosa ferita sulla testa, mena il can per l'aia, sbalordendo un consigliere tutto d'un pezzo lì arrivato per un'ispezione. Alla fine, attraverso una serie di colpi di scena, di testimonianze rocambolesche, grazie ai buoni risultati di una vera e propria inchiesta poliziesca, il cerchio si chiude proprio sul giudice: è lui che ha rotto la brocca attentando all'onore della ragazza come «compenso» per l'esonero dal servizio militare del fidanzato di lei; ma nessuno può dirsi davvero innocente...
Cesare Lievi, non nuovo al mondo di Kleist (ricordiamo una bellissima Caterinetta di Heilbronn di qualche anno fa), ha costruito lo spettacolo con grande finezza quasi come un teorema tutto giocato sui travestimenti psicologici e comportamentali, catturandone sia il lato tragicomico peraltro cifra preminente dell'accattivante interpretazione di Gian Carlo Dettori, sia quello più inquietante di ricerca della verità nel quale eccelle Franca Nuti. All'interno di quest'arco narrativo con i protagonisti sempre in scena nella stanza accidentata (inventata da Maurizio Balò e sottolineata dalle belle luci di Gigi Saccomandi), a tenere le fila di tutta la vicenda è la signora Marta Rull della Nuti alla quale Lievi conferisce un compito quasi da «regista» dell'intera azione. Ottima Sandra Toffolatti nel ruolo della giovane Eva la cui virtù è stata messa in pericolo dalle voglie dell'attempato e disonesto giudice. Da segnalare anche il consigliere di Marco Balbi, l'irruenza stolida dell'innamorato pieno di dubbi di Leonardo de Colle, l'onestà tutta d'un pezzo del cancelliere Emanuele Carrucci Viterbi. Uno spettacolo che ha il merito di riportare all'attenzione del pubblico teatrale più curioso un autore grandissimo, molto impegnativo e un po' dimenticato.
di maria grazia gregori
(17:58 - 09 nov 2003)
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