Ogni volta che si torna da uno spettacolo di Tam TeatroMusica, ci si chiede perché questo raffinatissimo ensamble padovano abbia così poca circuitazione nel territorio nazionale. Il gruppo di Michele Sambin e Pierangela Allegro, infatti, continua caparbiamente in un percorso bello e orgoglioso, intelligente e (forse per necessità) schivo.
A Padova, terra non sempre ospitale, il Tam si è radicato e ha - per così dire - generato nuove energie. Da qualche anno, infatti, i «veterani» si sono aperti a nuove generazioni di artisti, con laboratori e spettacoli, dando vita a una felice miscellanea di lingue e stili: un po' come se la dodecafonia avesse incontrato l'heavy metal, la pittura il graffitismo, il verso poetico quello rappato, innestando corto-circuiti creativi che nulla perdono della profonda e radicata ansia di ricerca, ma anzi arricchiscono di nuove possibilità creative tutto il gruppo. Gli accostamenti non sono casuali: il Tam ha sempre coniugato prosa, musica, danza, arti visive, video con elegante maestria e anche questo nuovo lavoro ne è coerente dimostrazione.
Ecco, dunque, che sotto i bastioni dimenticati di Padova, in uno spazio fuori dal mondo e dal tempo, eppure cuore antico della città, il Tam allestisce ...Là on' son stato io me, digressione viscerale e vitale nel mondo violento di Ruzante, nume tutelare del gruppo padovano: un omaggio, al di là dell'affetto «artistico», particolarmente sentito, dal momento che il padre di Michele Sambin, storico e profondo conoscitore di Angelo Beolco, è mancato recentemente e a lui questo lavoro è dedicato.
In un brumoso tramonto di fine inverno, dunque, un gruppo di spettatori viene lasciato libero di muoversi dentro il bastione, inseguendo l'eco flebile di una nenia antica. Delle luci, torce affidate agli stessi spettatori, individuano figure che si muovono sperse sulle mura, dentro i mille anfratti disegnati dalle rovine. Poi si intrecciano, lentamente, musiche diverse, e appaiono, uno alla volta, i soldati-musicisti del Tam. Vestono vecchi e logori cappotti militari, portano sulle spalle, a mo' di fardello e zaino, gli amplificatori dei loro strumenti. Le melodie si incrociano come i cavi in terra, si crea un'armonia, i ritmi si fanno incalzanti, i gemiti degli uomini diventano roche urla che squassano la musica. Si avvia così un percorso che procede per quadri, o per stazioni: nella performance di Tam, che simultaneamente svela i luoghi e dipana la narrazione, il pubblico segue incantato questi soldati di (s)ventura.
Si attraversa la barriera della tecnologia delicatamente: in un quadro, dove forte è l'apporto visivo del computer, i corpi degli uomini sono sbattuti contro un muro e colorati da una vivacissima proiezione. La suggestione è raffinata, e lo slittamento tecnologico non muta un sentimento, che trova, subito dopo, piena esaltazione nel lungo monologo fatto da Sambin, e tratto dal Parlamento del Ruzante: è il racconto amaro di un reduce, pieno di dolore e nostalgia, di freddo e sofferenza, di ricordi strazianti e di sogni frustrati. Evoca un luogo, «là on' son stato io...», il campo di battaglia, il campo di morte: è il Ruzante più vero e dolente, che Sambin interpreta con «distaccata partecipazione», solo, davanti a un microfono, mentre qualcuno, poco distante, accende un fuoco...
Il gelo nelle ossa, di un inverno che non vuole finire, si fa sentire, e il pubblico - emozionato, commosso - si raccoglie attorno al falò dove cerca ristoro anche grazie al vino e alla grappa che qualcuno offre. Ormai è notte, si vedono solo le ombre aggirarsi sulle mura. Ma non appena qualcuno si rilassa, si rasserena, ecco che i soldati urlano, gridano, scappano spegnendo il fuoco a pedate. Una fuga, la guerra, mai finita, ricomincia...
Probabilmente ...Là on' son stato io me non avrà tante repliche, probabilmente lo si potrà vedere (purtroppo) solo a Padova, sotto i bastioni di Santa Croce. Con gli spettacoli del Tam va così.
di andrea porcheddu
(17:51 - 30 mar 2004)
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