Con Rane di Aristofane si chiude, forse con il momento più alto, la trilogia greca «virtuale» di Luca Ronconi: dopo Eschilo ed Euripide è la volta del commediografo greco da sempre fra gli autori prediletti del regista che gli ha dedicato alcuni spettacoli memorabili. Protagonista di questa commedia «nera», scritta nel momento della peggiore decadenza di Atene, stremata dalla lunghissima guerra del Pelopponneso che la contrapponeva Sparta ma anche dalla decadenza delle sue massime istituzioni e dalla stessa vita morale, sociale e politica della polis, è Dioniso.
Non più il dio straniero e seduttivo delle Baccanti ma il nume tutelare, scalcagnato e degradato, dell'arte teatrale che ha toccato il fondo dopo la morte dei grandi tragici e che sembra non avere più nulla da dire e da insegnare alla città in rovina. Interpretato da un superlativo Massimo Popolizio che sfruttando felicemente la parlata romanesca crea un personaggio grottesco, grossolano, Dioniso è un arruffapopolo grasso e sformato che però si rende conto che le cose vanno male in quella città, una volta splendida, una volta faro del buon vivere e delle cultura. Come ridare cittadinanza a una poesia degna di questo nome in grado di dare esempi, di aiutare la presa di coscienza di una città a pezzi? Dioniso, accompagnato dal servo Xantia (il bravo Francesco Colella) scende nell'Ade alla ricerca dei grandi poeti di un tempo con l'intenzione di riportarne uno sulla terra, per salvare il salvabile. Ma il regno dei morti di laggiù assomiglia molto al regno dei vivi (o morti viventi?) di quassù. Anzi quell'Ade che, flagellata dalla pioggia, si presenta in un estenuante ingorgo di traffico di macchine (la scenografia è di Margherita Palli), dove stanno persone vestite di nero, dal volto simile a una maschera mortuaria, che vanno non si sa dove e perché, quel mondo dei morti che si muove senza meta e senza costrutto è l'esatto doppio della città che ci si è appena lasciati alle spalle. Chi sono quei fantasmi grigi dalle occhiaie fonde che escono dai finestrini, delle portiere, dai bauli delle macchine, che si fanno traghettare da un fuori strada, chi sono quelle puttane, quei malfattori, quelle ostesse compiacenti e disoneste se non delle immagini speculari di ciò che sta lassù nella vera vita? E cosa mai dice quel coro gracidante guidato da una grande rana antropomorfa (la brava Alvia Reale) e chi invoca l'altro coro, guidato con autorità da Luciano Roman, di iniziati biancovestiti con le candele in mano? Ma lui, Dioniso, quali essi lo ricordano nella sua potenza, del tutto diverso dal puzzone bugiardo che ascolta nascosto tessere le sue lodi con malcelata vergogna. Ma eccoli laggiù, finalmente, i due grandi tragici nemici: il barbuto Eschilo (lo interpreta un bravissimo Giovanni Crippa) e uno squinternato Euripide (un superbo Riccardo Bini) abituato a spaccare il cappello in quattro con i suoi ragionamenti, che escono come dei lumaconi dal guscio di due enormi mascheroni tragici che ne riproducono le fattezze. E finalmente inizia il certame, il momento senza dubbio più straordinario dello spettacolo, in cui si contrappongono due modi di intendere il teatro e la poesia: l'oscurità vertiginosa di Eschilo e l'umano ragionare di Euripide messi un tanto a peso a suon di versi su di una bilancia che si inclina paurosamente a favore del vecchio signore barbuto che l'irridente Euripide prende per i fondelli.
Ma sarà proprio il vecchio poeta che cantava la Grecia di Maratona a ritornare nel mondo dei vivi: meglio la sua poesia talvolta oscura sostiene Aristofane (e con lui Dioniso) che quella brillante, ma fatta solo di parole di Eschilo. Inquietante, scatologico, coinvolgente affresco di un passato che può ritornare, Rane di Aristofane nella bella traduzione di Raffaele Cantarella dribbla qualsiasi qualunquismo e si riflette in un teatro civile, perfino utopistico che Ronconi genialmente approfondisce e dilata . Da non perdere.
di maria grazia gregori
(13:54 - 10 mar 2004)
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