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12:30 - sabato 04 febbraio 2012


Il giro di vite


Avrà successo il giovane regista Carmelo Rifici, trentenne ex-allievo della scuola dello Stabile di Torino, cui il Teatro Litta di Milano offre l'opportunità di un percorso triennale di crescita sotto la supervisione di un «collega» più anziano e affermato, Antonio Syxty? Difficile azzardare pronostici, in un campo in cui il caso e qualche scelta più o meno azzeccata possono avere un'importanza determinante. Certo, il fatto di iniziare questo viaggio affrontando un testo come Il giro di vite di Henry James denota già un'incoraggiante sicurezza di sé, oltre a un'indubbia maturità espressiva e una notevole padronanza dei propri mezzi.

Scritto nel 1898 e ambientato in un'antica villa nella campagna inglese, il romanzo racconta con apparente gusto delle atmosfere gotiche una vicenda sfuggente che pare rimandare a sinistre possessioni: la nuova istitutrice, appena arrivata in sostituzione della precedente, misteriosamente scomparsa, si trova davanti agli amabili, educatissimi rampolli di un'aristocrazia ormai in crisi di valori, un bambino e una bambina dall'aria angelica, che svelano però a più riprese comportamenti fuori dalla norma: chi sono le inquietanti figure che appaiono talora nel giardino o nelle stanze? E quali oscure influenze esercitano su di loro?

Col suo stile stratificato e complesso, il grande autore americano attratto dall'Europa e dai suoi riti sociali si cimenta nel genere allora in voga della storia di fantasmi. Ma il rapporto tra i vivi e i morti non è proprio al centro dei suoi interessi, e la natura stessa dei foschi revenant resta nel vago: a ispirarlo è soprattutto il tema degli indefinibili confini tra la purezza e la colpa, tra i concetti di bene e di male. «Se loro sono innocenti, noi che cosa siamo?», si chiede a un certo punto la sgomenta istitutrice. E intorno a questo interrogativo Rifici costruisce la sua elegante messinscena, dall'impronta inconfondibilmente ronconiana.

Nell'affascinante spettacolo tutti i personaggi si somigliano, tutti - vestiti di nero, e coi capelli rossi - sono lo specchio gli uni degli altri, riflessi di un'identica ambiguità morale in cui ognuno è insieme torturatore e torturato, corruttore e corrotto. La catena di vizi e debolezze si riproduce all'infinito, la sua ossessiva ripetitività non può che avere un andamento ciclico: la bambina che forse oggi è turbata da spiriti irrequieti diventerà l'istitutrice di domani, in un gioco allusivo sottilmente sospeso dove l'angoscia si alterna alla gelida ironia, e quattro attrici ben dirette si dividono i ruoli sia maschili che femminili.

di renato palazzi

(18:15 - 30 apr 2004)



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