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15:24 - luned́ 21 maggio 2012


Mishelle di Sant'Oliva

Sono delle dirompenti mine, delle minuscole bombe a mano, i «piccoli» studi che fa Emma Dante. Mezz'ora, o poco più, appena uno squarcio in una serata d'estate: ci si affaccia in quei micro-cosmi che la regista di Palermo sa «mostrare» e si rimane vittime dell'esplosione. Mina, o bomba a mano, non importa: non c'è scampo. Si resta invischiati, colpiti, turbati, affascinati.

È accaduto, come altre volte, anche per la presentazione romana di un nuovo lavoro ancora in fase di allestimento: Mishelle di Sant'Oliva, uno «studio» che giustamente il critico Rodolfo di Giammarco ha voluto inserire nella bella programmazione del festival Garofano Verde, scenari di teatro omosessuale , giunto alla undicesima edizione. Uno squarcio, si diceva: niente in scena, se non corpi, grassi, vecchi, di una bellezza non possibile. Due uomini, padre e figlio, in canottiera e pantaloni. Il chiacchiericcio pieno di battute e sfottò, le risate sguaiate, pochi gesti reiterati: in questo finale di partita palermitano, il gioco nasconde una violenza macabra e morbosa. Il padre aspetta: è lì, su una sedia, ricorda la moglie francese, «la prima ballerina dell'Olympia», con nostalgia e rabbia. Se ne è andata, lei: ha scelto il «balletto», e li ha lasciati soli. Lui e il figlio. Il figlio e lui, chiusi in casa, con la gente, fuori, che guarda e commenta. Perché quel ragazzone, quel figlio sensibile e sollecito, la sera si «veste», diventa una regina, diventa Mishelle e fa marchette. Il padre lo sa, lo vede, lo nega, lo condanna, lo sfrutta, lo usa. Come sapeva che lei, la francese, non era poi una ballerina, ma faceva il mestiere. È qui il dolore, il male negato. Il contatto tra i due uomini arriva gelido come una lama: un abbraccio, un bacio sulla fronte, con la carne, il sudore, che si mescola.

Ecco la prima esplosione: in quell'abbraccio doloroso, in tutto quello che si nasconde dietro quel gesto. Poi le parole, le danze sfrontate e grottesche, le cadenze di un siciliano sempre sintetico e violento. «Sugnu pronto», una frase che torna negli spettacoli di Emma Dante: pronto a uscire, a farsi vedere, a mostrare la propria esistenza. Pronto a tutto, con la rassegnazione, direi il peso, di tutto quello che c'è attorno.

Il finale di questo studio, volutamente aperto, rischia di sottolineare troppo l'ambiguità bastarda ed incestuosa del legame padre-figlio. Eppure l'amarezza agra dell'ennesimo ritratto di famiglia in un interno, firmato da Emma Dante non lascia superstiti: e l'applauso fragoroso del finale serve ad incoraggiare, laddove ce ne fosse bisogno, la regista a completare il quadro. Tra i tanti affascinanti progetti che la Dante, con la Sud Costa Occidentale , ha in cantiere, questo potrebbe sembrare apparentemente «marginale», eppure Mishelle di Sant'Oliva consente non poche riflessioni.

Intanto vale la pena sottolineare la grande presenza scenica dei due interpreti. Giorgio Li Bassi, il padre, è attore ben noto del cabaret palermitano, e qui assume toni tragicomici toccanti, esponendosi senza alcun pudore, mostrando fragilità e sensibilità da grande artista. Accanto a lui, il figlio interpretato da Francesco Guida diventa una maschera del dolore vissuto e continuamente rimosso, della faticosa sopravvivenza. Faceva l'animatore turistico, il giovane Guida, almeno così ci è stato detto: ma è difficile da credere, vista la matura consapevolezza con cui affronta il non facile compito. E con Mishelle, allora, il teatro di Emma Dante consuma un altro sacrificio, un altro amaro affondo nell'inferno - pubblico e privato - della famiglia, dell'amore sognato e fuggito, della vita, che deve sempre e ancora essere vissuta.

(2 luglio 2004)

di andrea porcheddu

(15:42 - 02 lug 2004)



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