In Non si sa come Pirandello non affronta, o almeno non affronta fino in fondo, i consueti temi del rapporto fra realtà e finzione, fra essere e apparire. In quest'ultimo testo portato a termine prima della morte - il successivo, I giganti della montagna, rimarrà incompiuto - l'argomento è quello degli atti perpetrati senza una precisa scelta del soggetto, quasi in sogno o in stato di improvvisa inconsapevolezza, i «delitti innocenti», come lui li definisce. La questione riguarda pur sempre le «maschere» che indossiamo davanti agli altri: ma qui la materia è più inquieta e sfuggente, affonda in zone buie dell'inconscio.
Nella solitudine di una villa avvolta dalla calura estiva, il protagonista Romeo Daddi si è trovato, in un attimo di incontrollabile abbandono, fra le braccia della moglie del suo migliore amico, senza che ciò abbia inciso sui sentimenti coniugali di entrambi. Ma il senso di colpa provocato dall'episodio gliene risveglia un altro da tempo rimosso, legato a un brutto gesto commesso nell'infanzia, quando causò la morte di un ragazzo, in una lite per futili motivi. E come roso da una fissazione, egli prende a cercare in tutti quanti lo circondano le avvisaglie di analoghe debolezze sepolte nel fondo della psiche.
Fin dalle prime rappresentazioni dell'opera fu sottolineata l'incongrua sproporzione fra un trascurabile cedimento dei sensi e un omicidio vero, seppure non previsto e non voluto. Ma a Roberto Trifirò, che l'ha allestita con molta sottigliezza all'Out Off di Milano, le forzature dimostrative tipiche di una certa dialettica pirandelliana stanno a cuore fino a un certo punto: ciò che qui gli interessa è scavare in quei febbrili abissi della mente, penetrare in un'interiorità stravolta dove l'insicurezza di sé e delle ragioni del proprio agire si presenta come la condizione esistenziale dell'uomo contemporaneo.
Calando la vicenda in un clima vagamente onirico, trasformando i personaggi in marionette viventi dalle movenze innaturali e dalla parlata distaccata, rarefatta, egli prova a contrastare le tortuosità di una trama che, come spesso accade nel teatro di Pirandello, si rivela farraginosa, oscura, improbabile. Il tentativo riesce - e ne coglie dei risvolti psicanalitici alquanto affascinanti - finché il testo può essere tenuto in qualche modo a freno: poi il suo ossessivo argomentare finisce col prendere il sopravvento, e a battersi con esso resta solo il bravo attore-regista, mentre gli altri non paiono dotati delle necessarie sfumature interpretative.
di renato palazzi
(18:12 - 09 giu 2004)
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