Un Re Lear tutto nero. Percorso qua e là da lampi (le luci, molto belle, sono di Nino Napoletano) che illuminano sinistramente gli elementi scenici che evocano un possente palazzo. Neri sono anche i costumi che svariano in epoche diverse senza curarsi della fedeltà storica. Quello che conta, del resto, in quel mondo oscuro dove i personaggi si muovono circospetti, quasi avvinti al nero fango che ricopre il palcoscenico, sono le gelosie, le invidie, le bugie, gli odi, le passioni, il desiderio del potere. E neri sono gli animi dei personaggi, in lotta perenne fra di loro come ci racconta la ficcante traduzione di Agostino Lombardo.
In scena si affrontano vecchi e giovani nel nome del potere senza risparmiarsi colpi bassi e crudeltà, mettendo a soqquadro le leggi familiari: e così i padri possono diseredare una figlia che si rifiuta di adularli e i figli possono tradire i padri consegnandoli a sofferenze certe. Tutto lo spazio ai giovani, si invoca da più parti. E quella maturità che - come dice una celebre battuta di questo testo straordinario nato da un'antica leggenda popolare -, è l'unica cosa vera che conta, va a farsi benedire.
Succede dunque che un vecchio re di pessimo carattere decida di dividere il regno fra le sue tre figlie : chi mostrerà a parole di amarlo di più avrà più terre. Solo la figlia minore, Cordelia, si rifiuta al baratto e viene diseredata e data in sposa al re di Francia senza dote. Ma Shakespeare che è saggio e sa come vanno le cose del mondo, ci rivela ben presto il suo pensiero: il potere è meglio tenerselo il più possibile perché poi non si conta più nulla... Il che puntualmente accade al vecchio Lear, messo alla porta dalle figlie bugiarde, abbandonato alla furia degli elementi con la sola compagnia di un Matto, di un ragazzo che è stato scacciato di casa da un altro stupido genitore, del fedele vassallo di un tempo. Gli elementi infuriano, il re impazzisce, tutte le regole del mondo vanno in crisi quando i figli non onorano i padri e i re sono più pazzi dei buffoni.
Su questa materia barbaricamente violenta ha lavorato con tagli anche generosi il regista Antonio Calenda. Che ha costruito uno spettacolo con un ritmo interno molto forte malgrado la non perfetta rispondenza di tutti gli attori al suo disegno. Quel che più conta però è che il taglio impresso dalla regia, trasforma questo Re Lear in un terremotato universo a noi più vicino, quasi pirandelliano, dove la follia del vecchio re riporta alla mente la follia dell'Enrico IV. La scelta è sorprendente e avrebbe potuto dare dei risultati ancora più forti se fosse stata portata alle estreme conseguenze: quella di una recita folle e allo stesso tempo consapevole di se stesso di fronte ai propri nemici.
Re Lear secondo Calenda ha il suo punto di forza nell'interpretazione impressionante per profondità, per abilità nel giocare sui due registri dell'ironia e dell'autoironia di un grande Roberto Herlitzka, continuamente dentro e fuori il personaggio. Ma la compagnia è fortemente diseguale e se convince il bravo Luca Lazzareschi che interpreta Edgard, il nobile figlio di Gloucester, scacciato dal padre per falsa delazione del fratellastro Edmund (lo interpreta un beniamino dei serial televisivi, Alessandro Preziosi) e Osvaldo Ruggieri spinge sulle corde nobili del suo fedele Kent, meno convincente risulta il monocorde Gloucester di Giorgio Lanza. In calzettoni, berretto, guanti gialli, il Matto di Claudio Tombini, malgrado la sua parte risulti piuttosto sforbiciata, si lascia ascoltare. Daniela Giovanetti disegna una Cordelia raziocinante, troppo adulta, un po' inamidata, mentre le due sorelle crudeli e rivali nell'arraffare il potere e l'amore sono una discreta Rossana Mortara e un'acerbissima Arianna Ninchi.
di maria grazia gregori
(15:50 - 14 lug 2004)
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