Perché Cesare Lievi ha scelto due tappezzieri quali protagonisti del suo nuovo testo, Fotografia di una stanza? La questione non è oziosa, vista la lucida precisione che il regista-drammaturgo pone nella sua scrittura, un fitto ordito di parole e stati d'animo in cui nessun elemento sembra entrare casualmente. All'apparenza i due, un italiano più maturo e un giovane immigrato dell'Est, non fanno che parlare, nel ricco appartamento cui stanno lavorando: parlano soprattutto di extra-comunitari, di confronto fra le culture, e delle loro aspettative - o dell'assenza di aspettative - nei riguardi della vita. Nulla che non potrebbero fare due muratori, o due infermieri.
Forse il motivo risiede nel particolare rapporto che per mestiere essi hanno con l'intimità, e in questo caso si intende dire l'intimità altrui, di coloro di cui preparano le abitazioni, delle quali toccano ogni pezzo di parete? Fra la prima e la terza parte, che sono quasi uguali, il ragazzo in verità viene mostrato - come in una sorta di fantasia o di visione - a letto con l'annoiata padrona di casa, che secondo il cliché sarebbe pronto a picchiare e rapinare, salvo poi rifiutare sprezzantemente i soldi, con una certa delusione della donna. Ma anche questo l'avrebbe potuto fare un postino o un idraulico: di idraulici vogliosi sono pieni film e spot pubblicitari.
Ma i tappezzieri, a paragone di altre rispettabili categorie, hanno questa peculiarità professionale: sono coloro che danno l'ultimo ritocco, che vedono un ambiente finito un attimo prima che esso sia consegnato ai legittimi proprietari, anzi - metafisicamente - un attimo prima che essi vi introducano il caos dei sentimenti e l'inevitabile disordine della vita. E nel tappezziere anziano, che sogna di raccogliere le fotografie delle stanze così come sono, in quell'unico istante di ineguagliabile perfezione, si agita evidentemente l'inesprimibile nostalgia di una purezza non contaminata dalla meschinità dei vizi e delle debolezze umane.
Da cosa è rappresentato, fra le pieghe di un dialogo all'apparenza impassibile, questo peso di vizi e debolezze? Dal raptus di violenza che potrebbe cogliere il ragazzo, dai pregiudizi dell'uomo che forse ha commesso un furto gettando la colpa su un altro immigrato, dal lampo di morbosa frustrazione che turba la signora per la mancata aggressione, fra una marchetta e una pista di cocaina? E la solitudine di tutti loro è un'aggravante o l'inizio di un riscatto? Da un segmento di realtà colto con nitido distacco, i bravi interpreti fanno trapelare dubbi e interrogativi sulla qualità del nostro sguardo e sul valore di consolidate categorie morali.
di renato palazzi
(18:01 - 23 feb 2005)
Voto utenti:
30/06/2011
Fine famiglia
28/06/2011
La modestia di Spregelburd
27/06/2011
Brilliant Corners
25/06/2011
Attila alla scala
24/06/2011
Povera gente
renato palazzi, renato, palazzi, fotografia di una stanza, brescia, teatro santa chiara, cesare lievi, lievi