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15:26 - luned́ 21 maggio 2012


Totò il buono

Per festeggiare i suoi primi dieci anni di vita dopo una lunghissima ristrutturazione, l'Arena del Sole di Bologna sceglie un autore dagli umori forti, venati dalla tenerezza come Cesare Zavattini, sia pure in questo caso rivisto da Francesco Freyrie, proseguendo dunque su quella linea popolare e padana che aveva portato qualche anno fa alla riproposta teatrale dei personaggi di Don Camillo e Peppone.
In questo caso tocca a Totò il buono, sceneggiatura cinematografica scritta da Zavattini con Totò nel 1939 e diventata film con il titolo di Miracolo a Milano e la regia di De Sica, vincendo nel 1951 la Palma d'oro a Cannes. Ed è al film ma anche ad altri testi di Zavattini che il drammaturgo e il regista Lorenzo Salveti si sono rivolti costruendo uno spettacolo che ha come protagonista nel ruolo del titolo un comico dall'umanità coinvolgente come Vito.

Totò il buono si snoda come una favola, edificante quel che basta, in un paesaggio dai colori accesi e fiabeschi, che ricordano la tavolozza di Folon, in una Milano baraccata dove un'umanità da corte dei miracoli si contrappone ai ricchi pescecani che vogliono buttare ancora più ai margini quei poveracci soprattutto dopo che proprio sul terreno della baraccopoli si è scoperto un ricco giacimento di petrolio. In mezzo a questi uomini e donne raccontati con un bozzettismo affettuoso capita Totò, un orfano dal buon cuore e dalla vista lunga che riesce a fare germogliare fra loro l'orgoglio dell'appartenenza, il senso della condivisione che non è ancora una coscienza di classe ma almeno uno slancio comune.

Grazie a piccoli «miracoli», a desideri minimi realizzati con l'aiuto di una colomba bianca, che si assume il compito di lampada di Aladino, Totò riesce a respingere i cattivi. Anche se per lui e per tutti quelli come lui l'unica speranza sta nel cercare di raggiungere un mondo dove «buongiorno» vuol dire veramente «buongiorno» dove la menzogna non è di casa. E lo spettacolo ricco di intuizioni di Salveti si chiude proprio con il volo dei barboni che, sulle lunghe scope degli spazzini, si alzano e volano nel cielo di Milano, da Piazza del Duomo, verso un mondo più giusto, chissà dove.
Sostenuto da una colonna musicale che cita le composizioni di Nino Rota per Fellini e la Marcia di Radetzski di Strauss ma anche la canzone del film che dice che basta un paio di scarpe per vivere e sognare, lo spettacolo trova in Vito un protagonista molto azzeccato e ricco di umanità, che con la sua innamorata interpretata da Valentina Piserchia forma una coppia alla Peynet. Il Totò di Vito è un essere a mezz'aria fra realtà e sogno, ma lucido e lungimirante quando si contrappone all'avidità dei rapaci profittatori. Ma sono bravi usati come coro e come variegata umanità di poveracci, anche i giovani della Scuola di Teatro fondata da Alessandra Galante Garrone, alla cui memoria lo spettacolo è dedicato. Non c'è altro da aspettarci da una favola, probabilmente.

di maria grazia gregori

(12:01 - 07 mar 2005)



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