A guardar bene, Pene d'amor perdute resta tuttora uno dei testi di Shakespeare meno rappresentati sui palcoscenici italiani. Colpa della sostanziale inconsistenza dell'intreccio, o dell'ardua impresa di interpretarlo come si deve? Eppure questa delicata elegia dei sentimenti sospesi e del tempo che fugge e che incombe insidioso sugli impalpabili equilibri dell'esistenza umana avrebbe tutte quelle caratteristiche di tenue malinconia e di scintillante ambiguità che ci fanno considerare così «moderne» le sue commedie, inducendoci a considerarle talora persino più intriganti dei maggiori capolavori.
L'ambiguità, in questo caso, non deriva - come altrove - da travestimenti e sorridenti scambi di identità sessuale, anche se c'è un momento in cui - come nel Sogno di mezza estate - le coppie per così dire predestinate, travolte da un malizioso gioco di mascheramenti, si mescolano e si intrecciano con un'innocenza erotica solo apparentemente svagata: qui, di fatto, l'ambiguità riguarda soprattutto la natura intimamente metamorfica degli stati d'animo dei personaggi, la repentinità con cui essi trascorrono dall'allegria alla mestizia, dall'estasi dell'abbandono nel trasporto amoroso all'ombra raggelata del rimpianto.
La trama è presto detta: il re di Navarra e tre suoi gentiluomini fanno voto di star lontani per tre anni dalle tentazioni del mondo dandosi unicamente a piaceri filosofici: quando arriva in visita diplomatica la principessa di Francia con tre damigelle, scatta la chimica delle attrazioni reciproche, vietate, stuzzicate dal patto di astinenza maschile, assecondate di nascosto e infine apertamente accettate dai protagonisti. L'intarsio dei corteggiamenti multipli sembra lì lì per compiersi, ma la morte del padre induce la principessa a partire: se le passioni erano vere si vedrà, intanto il re e i suoi amici affrontino realmente un anno di castità e rinunce.
Una vicenda difficile da rappresentare, si diceva: pochi sviluppi dell'azione, e un arabesco verbale dai toni sottilmente trattenuti. Lo Stabile di Torino ne ha fatto una palestra per una compagnia di giovani attori, in un progetto che prevedeva l'allestimento di tre opere scespiriane da parte di tre registi francesi: non potendo contare su grandi exploit recitativi, Dominique Pitoiset punta qui sull'ironia, sulla freschezza, immergendo il tutto in un prato di erba sintetica, con le fanciulle che arrivano in Seicento, e in abiti anni Cinquanta. Fra mazze da golf e tende da campeggio, qualche sfumatura va perduta: ma lo spettacolo è lieve e piacevole, e propone un testo che comunque non si vede spesso.
di renato palazzi
(13:22 - 06 apr 2005)
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