C'è, nel nostro teatro, una regista di poco più di trent'anni che analizza e approfondisce come pochi il mondo femminile. E non tanto perché, come ovvio, è una donna, quanto piuttosto perché il suo senso del teatro anzi la sua tensione etica la spingono ad analizzare il mondo degli ultimi e le utopie, spesso sconfitte, che a questo mondo sono collegate. Anche oggi in pieno terzo millennio: basta leggere le cronache per rendersi conto che oggi come ieri le donne appartengono ancora a questo universo di perdenti. Le Troiane in scena al Teatro Leonardo sono un esempio forte e coinvolgente della voglia di capire e di denunciare di questa regista . Ma propongono anche un'idea di teatro che il pubblico di età e culture diverse riconosce comunque di poter condividere.
Per mettere in scena il testo dello spettacolo che mescola le Troiane di Euripide all'Iliade di Omero, Sinigaglia ha scelto una forma bicefala: da una parte c'è il racconto fatto in prima persona da Mattia Fabris dall'altra la rappresentazione, fino alle estreme conseguenze, di quello che l'epica di Omero adombra e suggerisce e che il testo di Euripide rivela fin nelle pieghe più segrete: l'orrore di un mondo devastato dalle guerre che sono sempre mosse dall'interesse e dal potere anche se si ammantano di finti ideali. Fortemente pacifista lo spettacolo indaga in questo orrore ponendosi, anche in questo caso, dalla parte degli ultimi che sono, come sempre, i più deboli: le donne, i bambini e un'intera città schiacciati dal tallone feroce del potere vittorioso dei Greci dopo dieci anni in cui si è combattuta con fortune alterne la madre di tutte le guerre di tutti i tempi e di tutte le epoche: quella contro Troia.
Serena Sinigaglia vede, dunque, quella tragedia alla luce di una quotidianità accennata ma non sbandierata: i classici - insomma - ci sono vicini non tanto per nostra ipotetica regressione quanto perché il nocciolo di cui ci parlano è un dramma che ci riguarda da vicino, qui ed ora. Così nella scena spettrale di Maria Spazzi, scandita dalle luci di Alessandro Varazzi eccole apparire queste donne, le troiane del titolo, guidate dalla vecchia Ecuba con occhialini, bastone e cappelluccio in testa (Arianna Scommegna) portandosi appresso delle valigie di cartone grigiastro che sono un evidente simbolo della precarietà del loro prossimo esilio ma anche un elemento scenografico con il quale costruire mura, steccati, torri immaginarie ma non per questo meno «vere». Qui si mostra l'orgoglio inquieto di Andromaca (la sensibile Maria Pilar Perez Aspa) che vedrà morire Ettore e il figlio; qui si denuda l'inascoltata Cassandra (un'intensa Sandra Zoccolan) strappandosi di dosso le bende; qui la quasi bimba Polissena va incontro ignara alla morte sacrificata sulla tomba di Achille... E poi c'è il contrasto fra il mondo maschile, violento e nemico, tutto vestito rigorosamente di nero e quello femminile al contrario pieno di ansia e di ribellione che indossa costumi con suggestioni orientali. Le une e gli altri oggetti senza valore, vittime senza nome - ci suggerisce Serena Sinigaglia - di tutte le guerre.
(8 aprile 2005)
di maria grazia gregori
(20:14 - 07 apr 2005)
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