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12:31 - sabato 04 febbraio 2012


La tardi ravveduta

La personalità di un giovane uomo di teatro di talento la si vede anche da questi aspetti, il coraggio di seguire percorsi insidiosi, di andare controcorrente fin dalla scelta dei testi. Carmelo Rifici, regista-rivelazione della scorsa stagione con l'impegnativa messinscena del Giro di vite di Henry James, continua ora il suo itinerario di crescita promosso dal Teatro Litta affrontando un copione che è un autentico residuato d'epoca, La tardi ravveduta di Giuseppe Giocosa, un improbabile dramma in rima scritto nel 1886 ma ambientato due secoli prima, in piena Commedia dell'Arte, e forse non a caso finora mai rappresentato in Italia.

Al centro della sospirosa azione c'è la figura di un'ex-comica, l'immancabile Isabella, che col nome significativamente storpiato in Bella ha lasciato le scene e sposato per interesse un anziano marchese: ma il matrimonio non funziona, i due vivono separati, e lei subisce l'assedio di ogni sorta di adoranti cicisbei, fra i quali deve soltanto decidere quale eleggere come suo amante. Le concomitanti circostanze della morte del marito e dell'arrivo a palazzo del figlio di un antico compagno di scena buttano tuttavia all'aria ogni progetto, inducendola a rinunciare al conquistato benessere per tornare felicemente alla vita randagia del passato.

Discepolo di Ronconi, anche negli insoliti gusti drammaturgici Rifici se ne dimostra un fedele seguace: perché La tardi ravveduta è un affascinante pasticcio fin dal titolo inverosimile, che allude all'ultimo ruolo interpretato da Bella prima del ritiro, ma ammicca apertamente allo stile dei libretti d'opera. E nei suoi versi il testo «finto» evocato dalla protagonista e quello «vero» recitato sotto i nostri occhi si intrecciano di continuo, come si intrecciano il teatro e la vita, l'ambiguità dei commedianti e il cinismo dei nobili, inducendo il regista a farne un intricato gioco di specchi, con un secondo palcoscenico e dei palchetti dorati riprodotti alla ribalta.

Allo sfaccettato sovrapporsi di richiami e di riflessi si aggiunge la musica di Bruno De Franceschi, che sposta il tutto verso ulteriori stratificazioni linguistiche. In questa operazione, assai complessa, Rifici conferma estro e spessore d'invenzione, anche se a tratti la tendenza a trasformare i personaggi in maschere grottesche gli prende un po' la mano: la compagnia, pur comprendendo attori collaudati come Francesco Colella e Carlotta Viscovo, non sempre trova i toni di un'adeguata stilizzazione. E resta la curiosità di sapere cosa ne sarebbe stato del testo, già di per sé parodistico, se al contrario fosse stato esplorato con sguardo un po' più inquieto.

di renato palazzi

(00:59 - 19 mag 2005)



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