Il 68° Maggio Musicale Fiorentino chiude trionfalmente la sua stagione operistica con un Boris Godunov difficile da dimenticare e dal punto di vista musicale, grazie a un Bychkov in stato di grazia e alla magistrale interpretazione di Ferruccio Furlanetto, e dal punto di vista spettacolare, per la geniale quanto aggrovigliata e coatta messa in scena del lituano Eimuntas Nekrosius (mai nome e cognome sono apparsi più consoni).
Del resto, il Boris è da sempre nella storia del Maggio, da quando, nel 1940, per la prima volta presentò l'edizione originale al posto di quella, un tempo egemone, strumentata da Rimskij Korsakoff. Oggi la scelta della strumentazione originale di Musorgskij è una preferenza quasi obbligata, come risulta dalla discografia più recente, allora fu un avvenimento. Poi, altri Boris, seguirono, fino al penultimo (1993), bellissimo, con la direzione di Evgenij Kolobov e Ruggero Raimondi come protagonista (anche se io lo preferisco come Rangoni) e l'allestimento efficace di Yannis Kokkos.
Non è questa la sede per spiegare l'intricata questione delle varie versioni dell'opera, per cui rimando a repertorii correnti. Qui basterà dire che Bychkov ha diretto l'edizione del 1872, quella autografa, in un prologo e quattro atti (come per altro ha fatto anche Abbado, sostanzialmente, qualche anno a Milano, poi a Salisburgo). La sua direzione, rispetto ad altre più «grandiose e totali» (come per esempio Abbado e Gergiev, per citare gli ultimi), appare soprattutto impegnata a mettere in evidenza la perfetta integrazione musorskiana di parola e musica, l'aderenza fonosimbolica. Mai parola è stata più scenica e mai ho rimpianto come stavolta di non conoscere il russo per coglierne la «sonorità semantica». E mai come stavolta ho sentito quanto Debussy debba a Musorgskij per il suo Pellèas. Bychkov è stato straordinario nel restituire in modo unitario la potenza espressiva del musicista, senza sovraccaricarla sulle voci, sottolineando i variati impieghi ritmici e modali, l'incantato cupo flusso melodico nutrito di motivi popolari, di salmodie bizantine, di stranianti contrasti, come l'ossessivo carillon del secondo monologo e di trascinanti cori.
Certo era assecondato da una compagnia di canto di eccezionale levatura, a ogni livello, da un Furlanetto che ha reso magnificamente la complessità psicologica del suo personaggio, prediligendone l'insania, la solitudine, il rovello, la debolezza alla forza e violenza del potere. Ma ugualmente indimenticabile è la Marina di Julia Gertseva, potente la malignità di Valeri Alexeev come Rangoni, sottile la perfidia di Philip Langridge nel ruolo del principe Suiskij. E dovrei continuare a citare tutti, da Pimen (Vladimir Vaneev) all'ostessa (un'altra italiana, Francesca Franci), all'innocente (Evghenij Akimov), al falso Dmitrij (Torsten Kerl).
Quanto a Nekrosius con il suo staff (o dovrei dire famiglia visto che le scene sono del figlio Marius e i costumi della moglie Nadezda Gultyaeva), ha immaginato un Boris tutto ipogeo, come appare fin dalla prima scena, dal prologo: in alto, sul fondale, un filare di grano dorato indica la terra; e sotto zigzaganti cunicoli, come quelli che fanno le talpe o le formiche. In questi cunicoli si muovono piegati uomini, monache, animali, oppressi da un potere, più che storico esistenziale. Prima del suo monologo, appare Boris; ha un mantello, e, con le spalle rivolte al pubblico, lo muove al ritmo delle campane, come fosse scosso dal vento: il vento della storia, le macerie del passato come in Benjamin. Nella scena della cella, Pimen scrive e i suoi monaci-allievi portano i libri delle cronache dietro le spalle, e sembra un'illustrazione dantesca. Nell'appartamento dello zar, con la nania, Boris e i due suoi figli, si muovono come servi-muti tre civette o barbagianni e si vedranno fino alla fine. Nella sala del Cremlino all'ideogramma cunicolo viene sostituito una parete rosso-cupo, nella quale sono conficcate enormi accette. Poi viene portata una culla, gigante, e Boris la coprirà di guanciali neri e grigi, come una tomba-cumulo.
In genere, agli attori che giocano la loro parte si contrappone sempre un'umanità collaterale, anonima, che sottolinea, indica, allude. Insomma un ginepraio di simboli dentro i quali ci si perderebbe se fosse necessario decifrarli tutti; molti sono simboli e riti che si ritrovano in tutti gli spettacoli di Nekrosius, come l'uso dell'acqua gettata, dell'acqua lavacro. Forse questa congestione simbolica ha irritato il pubblico della prima. Tutti sono stati applauditi, a lungo, nonostante l'ora tarda. Timidamente, in un angolo del palcoscenico, Nekrosius e i suoi si sono affacciati. Molti dissensi ma anche applausi convinti. Stavolta, però, Nekrosius, il dissenso non lo meritava. Per quanto difficile e talvolta enigmatico, il suo Boris è affascinante e convincente: si sente che nasce dal fondo della sua cupa turbata coscienza d'artista.
di piero gelli
(00:41 - 22 giu 2005)
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