Ne La parigina Henry Becque - grande autore francese della fine dell'Ottocento, poco compreso e soprattutto poco amato dai propri contemporanei - costruisce una vicenda di una semplicità persino sconcertante: la protagonista, Clotilde, è una seducente creatura che si barcamena tra un marito annoiato, incline a non vedere le sue tresche pur di averne appoggi alla carriera, e un amante geloso di cui si libera a causa delle continue scenate. Quando la relazione con un uomo più giovane finisce per l'egoismo o l'inadeguatezza di costui, lei non esita a riprendersi il focoso spasimante già messo da parte, con buona pace di tutti i protagonisti.
A sorreggere i tre brevi atti è un intreccio scarno, ridotto all'osso, che evoca il solito triangolo amoroso, ma privandolo di qualunque sviluppo ameno o risvolto sentimentale. A ben vedere, questo intarsio di incertezze affettive non ha neppure una vera conclusione, il che spiega l'avversione del pubblico dell'epoca e il fatto che un così lieve gioco salottiero sia ritenuto fra i capolavori del naturalismo: più che una commedia a sé stante, La parigina sembra infatti un impassibile documento, un frammento di realtà in cui Becque denuncia i vizi e le ipocrisie della società del suo tempo, oltre alla crudeltà di una signora che lo aveva deluso.
Proprio in considerazione di questi aspetti il regista Massimiliano Civica - uno dei talenti emergenti del nuovo teatro italiano - ha allestito il testo in una chiave che ne prosciuga ulteriormente ogni valenza espressiva: i personaggi, tre uomini e una donna, tutti vestiti in modo uguale, abiti neri di taglio maschile, sandali neri, sono individui senza identità specifica, esseri anonimi, intercambiabili. Salvo Clotilde, sempre al centro dello spazio spoglio, gli altri stanno ai margini della scena, entrando solo quando arriva il loro turno di parlare. Pronunciano le battute con voce monotona, e con lo sguardo praticamente fisso nel vuoto.
A prima vista, si direbbe che Civica ne abbia azzerato tutte le passioni: e invece la peculiarità o il felice paradosso dello spettacolo, presentato in vari festival, è proprio in questo strano meccanismo per cui quanto più punta su intonazioni esangui, raggelate, tanto più riesce a tracciare un lucido diagramma degli stati d'animo delle quattro sgomente figurette. In un tale clima rarefatto si evidenzia - con la precisione di una Tac - un reticolo interiore di dolore, di paura della solitudine, di smarrimento di fronte alla vita. E sono bravi gli attori nel fare appena trapelare quel sottofondo di emozioni così faticosamente trattenute.
di renato palazzi
(16:40 - 18 lug 2005)
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