Home > Recensioni> The Cryonic Chants - Canti e poemi oggettivi, tratti da un impassibile animale
15:31 - luned́ 21 maggio 2012
Non è esagerato affermare che la Socìetas Raffaello Sanzio sia in questo momento uno dei pochi gruppi teatrali al mondo che sappiano interpretare la natura del teatro in un modo così radicale da sospingere davvero lo spettatore in territori sconosciuti, da trascinarlo, da precipitarlo in zone oscure dell'intelletto, portandolo dolcemente e violentemente oltre i confini di tutto ciò che crede di conoscere: il che vuol dire oltre le barriere dei significati, oltre i limiti delle emozioni quotidiane, oltre le percezioni stesse del suo sistema nervoso, oltre quelli che siamo soliti considerare i territori codificati dell'umano.
Soltanto un gruppo teatrale segnato oggi da una sorta di nero stato di grazia poteva concepire il progetto di esplorare, di inventare dalle sue origini più segrete l'idea di un'espressione artistica che provenga direttamente da un animale: anzi, che sgorghi come un flusso fisiologico dal centro stesso del suo essere, costringendoci a confrontarci con quello che per la nostra mente è in assoluto uno dei misteri più invalicabili, quello dell'alienità, dell'estraneità totale rispetto a ciò che siamo: un concetto che può passare per zone buie della realtà, e schiuderci al tempo stesso un'oscura e del tutto pagana intuizione del divino.
Alla base della partitura che Chiara Guidi ha elaborato per The Cryonic Chants c'è l'animale la cui sorte più strettamente si intreccia con quella del teatro, il capro, vittima sacrificale dei riti da cui deriva la tragedia greca. Di quale testo, se ne avesse modo, egli potrebbe farsi autore? Per rispondere all'interrogativo, la Guidi ha attinto al nucleo stesso della vita d'un giovane esemplare maschio, le proteine che regolano le funzioni della crescita delle corna o della riproduzione: ne ha trasposto le sequenze in codici alfabetici, riportandoli su tre tappeti bianchi. Pascolando su di essi, il capro ha indicato col muso i caratteri scelti, e questi hanno formato la sua inconsapevole e per noi inaccessibile creazione.
Su questi suoni privi di nessi logici - ma non di una remota forza poetica - il compositore americano Scott Gibbons ha costruito la musica altrettanto aspra, dissonante ma piena di concretezza che ha scandito l'intensissimo spettacolo-concerto proposto al Festival di Santarcangelo. Le quattro figure femminili vestite di nero che intonavano i canti ne hanno tratto un cerimoniale tanto enigmatico quanto incalzante, che pareva venire da una lontananza fuori dal tempo: con le loro voci, con gli strani passi di danza ispirati forse alle movenze del capro ci guidavano in altre epoche o in altri mondi possibili, dov'erano sovvertite consolidate norme estetiche.
di renato palazzi
(19:56 - 15 lug 2005)
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