Avrebbe meritato probabilmente maggiore spazio e maggiore attenzione My arm, lo spettacolo dell'attore-autore inglese Tim Crouch che ha inaugurato la diciannovesima edizione del festival MilanOltre. Il programma della rassegna diretta da Luca Scarlini è quest'anno dedicato al tema Migrazioni di paese in paese di corpo in corpo, e il monologo proposto al Teatro Litta non c'entra con le migrazioni neanche da lontano. Però, dietro il sorriso ironico e gli atteggiamenti falsamente accattivanti, Crouch racconta una storia strana e terribile, e va detto che la racconta in un modo davvero molto sottilmente personale.
Avendo alle spalle esperienze di lavoro coi bambini, il singolare performer si è ispirato per il suo copione a uno di quei puntigli così frequenti nell'adolescenza: dopo aver dimostrato di riuscire a stare per quattro mesi senza andar di corpo e per un periodo più o meno ugualmente lungo senza parlare, per un'altra sfida immotivata il protagonista una mattina porta un braccio sopra la testa e prova a verificare per quanto tempo riuscirà a tenercelo. A quattro giorni di distanza comincia ad avvertire dei dolori lancinanti, ma visto che anche abbassando il braccio i dolori persistono, decide di andare avanti nell'assurdo cimento.
Passano gli anni, e il braccio rimane sollevato in una posa innaturale causando all'ex-ragazzino ormai cresciuto cancrene, sbalzi di pressione, blocchi polmonari. La vicenda si intreccia a un certo punto con una sarcastica riflessione sul mondo dell'arte: divenuto il modello di una pittrice, l'uomo col braccio alzato conquista la fama, si arricchisce e decide allora che vorrebbe tornare indietro, ma è troppo tardi, l'intero suo corpo sta marcendo, e neppure l'amputazione lo potrà salvare: andrà incontro a una fine straziante, mentre l'arto verrà acquistato a caro prezzo da un ricco gallerista per essere esposto come un cimelio.
È la cronaca di una morte stupida e agghiacciante, di un'esistenza gettata via per una scelta senza senso, non si sa se a causa di una tara psichica o di un ordinario mal di vivere. Crouch la espone con un'acre impassibilità che ne accentua ancor più i tratti ossessivi. Sul filo di un'espressività vagamente patologica è anche l'uso che fa di un pupazzetto inquadrato da una videocamera, e di una serie di oggetti che prende in prestito dagli spettatori: chiavi, accendini che raffigurano luoghi o personaggi cui però non rimandano affatto, pezzi di un gioco manipolatorio gelidamente astratto, di una rappresentazione che forse non vuole rappresentare nulla.
di renato palazzi
(23:42 - 22 set 2005)
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