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14:43 - venerd́ 10 febbraio 2012


La casa di Bernarda Alba


Non ci sono i muri bianchi calcinati, non c'è il riverbero dell'abbacinante sole andaluso ostinatamente chiuso fuori, in questo allestimento del testo di Lorca, ma una nuda stanza rossa senza arredi o suppellettili, una stanza astratta, un puro luogo della mente i cui fantasmi si agitano prigionieri di se stessi: al centro di quello spazio dai riflessi sanguigni è posta una pedana dello stesso colore, quasi un ring su cui si scontrano, come in preda a inestinguibile furore, le inquiete figure femminili che sono i soli personaggi del dramma, la vedova Bernarda, feroce custode delle tradizioni, le cinque figlie, le due serve, la vecchia madre pazza.

La funzione della pedana non è solo di evidenziare la sorda lotta fra l'istinto e il rispetto delle norme, fra la vita e il tentativo di soffocarla in un'insensata clausura che contrappone la matura protagonista alle sue giovani vittime: la fossa che si forma tra il suo pavimento e le pareti laterali accentua ancor più l'isolamento delle abitanti della casa, che per entrare alla ribalta devono varcare precarie passerelle formate dai battenti delle porte che si abbattono rumorosamente contro il suolo. E l'intima violenza di questo microcosmo da cui il maschio è rigorosamente escluso è scandita quasi più dagli effetti sonori che da quelli visivi.

La regia di Lievi sembra mettere un po' in secondo piano tutto il peso dell'ossessiva religiosità mediterranea, tutto il culto della verginità che è alla base della vicenda: nella sua aguzza messinscena, i desideri e i rancori attizzati dall'invisibile presenza di Pepe Romano, l'uomo che vuole sposare la figlia maggiore, Angustias, per mettere le mani sui suoi beni, ma intanto vede di nascosto la minore, la più appetibile Adela, sono l'inevitabile conseguenza dello stato di reclusione imposto da Bernarda: e il suicidio di Adela non è che il frutto velenoso di un tale inferno domestico, uno dei tanti inferni della psiche cui ci ha introdotto il teatro del Novecento.

Questa chiave di lettura, che tende a prosciugare le risonanze simboliche della trama, quasi restituendole quel taglio documentario perseguito dall'autore, funziona grazie soprattutto alla gran vena istrionica di Paola Mannoni, una Bernarda Alba spinta verso una certa mostruosità sia fisica che interiore, bene assecondata da Dorotea Aslanidis, la serva Poncia, e da Paola Vandelli, la folle infantilmente visionaria. Il limite dell'operazione sta nel fatto che Lorca non è Strindberg, che la sua crudeltà - benché affilata - sa sempre un po' di maniera. E le ragazze, fresche reduci da un corso, si rivelano decisamente troppo acerbe.

di renato palazzi

(18:04 - 15 nov 2005)



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