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23:08 - mercoledì 08 febbraio 2012


La vita bestia


Ha trent'anni, Josef K, quando si apre il processo della sua vita. Al trentesimo anno, la Bachman dedica uno dei suoi racconti migliori. E ha trent'anni Filippo Timi, nel momento in cui cerca di tracciare le linee, confuse e dolcissime, di un autoritratto, portato in scena, senza pudori e con grande, intelligente, auto-ironia. Arrivato al primo punto di svolta dell'adultità, dunque, Timi fa i conti con se stesso, con l'infanzia e con l'amore.

Il suo è un racconto sincero, delicato, ironico, divertente. Ha il sapore duro e popolare del dialetto umbro, una cadenza marcata di paese, di provincia povera e contadina. Gioca sul filo di ricordi, in un viaggio che è al tempo stesso di formazione e di disperata fuga. Filippo Timi, attore-istrione, catalitica presenza energetica protagonista di tanti lavori di Barberio Corsetti, con La vita bestia si racconta e si svela, ripercorrendo e rendendo pubblica - apparentemente con poche o nulle mediazioni - la propria storia. È un racconto per quadri - o forse capitoli - di una autobiografia in divenire, che si perde nei meandri di una memoria vivace, che illumina dettagli forse insignificanti, e che pure diventano giganteschi scogli nella vita di un ragazzo qualunque (o di qualunque ragazzo) alle prese con l'enorme fatica del crescere. Il «mestiere di vivere», allora, si impara in parrocchia, o nei campi estivi, si subisce - come si subisce una povertà fatta di disagio e dignità. La famiglia del piccolo borgo ai piedi di Perugia raccontata nel quotidiano sforzo di far coesistere desideri e possibilità: i costumi per carnevale, troppo costosi ma imperdibili; la colazione con la pasta d'acciughe anziché con l'affettato; l'ambito motorino Si...

Nel racconto di Filippo Timi, al di sotto della grande esplosione comica ed autoironica, la tenerezza delle piccole cose fa da delicato accompagnamento alla storia vitale ed energica di un ragazzo cresciuto tra complessi e disagi: il corpo troppo grosso, il sudore, la balbuzie, la vista debole...

Solo in scena, su una piattaforma che è la stanza adolescenziale e la pista di una discoteca, l'altare della chiesa e il soggiorno di casa, Filippo Timi affronta il pubblico in calzette e mutandoni, con una canottiera sbrindellata che svela la struttura possente del corpo. Inizia a raccontare, con la forza e la follia che ormai contraddistingue il suo modo di stare in scena: ma qui svela - anche grazie alla sobria regia dello stesso Corsetti - capacità di grande controllo, e mostra al meglio le sue doti d'interprete.

Nelle luci disegnate da Gianni Staropoli, il racconto evoca gli anni Ottanta in una versione decisamente intima e personale: così il 1989 si ricorda solo perché è l'anno degli stivali Camperos e di una disastrosa «comparsata» alla messa di Natale. E tra Happy Days e Claudio Baglioni, Timi racconta di amici e parenti, di disagi e amarezze, di piccole gioie e grandi scoperte. Il bacio non dato alla compagnuccia di scuola, la bella Sonia Sorci, la prima vacanza o l'iniziazione al sesso (in uno dei momenti più esilaranti del lavoro), e poi la scoperta della «uomosessualità» e le drag-queen di Perugia...

Ma il viaggio a ritroso, nella memoria e nella famiglia, si racchiude in uno struggente atto d'amore per la madre dell'attore-autore. Una dichiarazione d'amore filiale di grande e poetica bellezza: la presenza semplice e costante della madre, dal ricordo di quel cuore che batte lontano e vicinissimo quando si è ancora nell'utero, fino alla scena finale, evocata in un soffio, con la donna che taglia le unghie dei piedi al protagonista, già uomo, e si dice pronta a vendere un rene pur di tirare avanti, per superare la povertà... Gesto umile, di delicata complicità, di quell'affetto - unico ed irripetibile - che c'è tra madre e figlio, e che Timi ha voluto, e saputo, omaggiare.

Pur non esente da qualche pecca (il finale affrettato, certi snodi drammaturgici irrisolti, qualche ingenuità stilistica), La vita bestia, prodotto da Fattore K, è uno spettacolo toccante e, al tempo stesso, decisamente divertente, con guizzi di grande lirismo che si alternano, smentendoli ed esaltandoli, ad altri di dirompente comicità: si vorrebbe fosse sempre così, e cercare un sorriso per scacciare le lacrime...

di andrea porcheddu

(19:16 - 23 nov 2005)



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