Più che un dramma dotato di un'autonoma struttura, è un lamento funebre, un rito laico della coscienza civile e della memoria collettiva. L'unico vero elemento dialettico, in questo Paolo Borsellino Essendo Stato, è suggerito dal titolo, che nella sua ambiguità sintattica vale come participio passato del giudice assassinato dalla mafia, ovvero come gelida certificazione della sua tragica fine, dell'irreversibile conclusione di una vita, e insieme come suggello di una totale identificazione con l'autorità dello Stato, di uno Stato che essendo forse a sua volta declinato al passato è dato come ormai dissolto, o almeno assente.
Per il resto, il testo di Cappuccio è pura emotività, lirica discesa nelle viscere di una città, Palermo, e di una Nazione oltraggiata da troppe sfide criminose. Dirò subito che la parte meno convincente è quella relativa al coro delle cinque Antigoni, ovvero le figure femminili di madri, figlie, sorelle cui è affidata la funzione più specifica del compianto, dell'accompagnamento alla sepoltura, e che incarnano in qualche modo una Sicilia arcaica, impasto di antichi miti e visioni oniriche oscuramente luttuose: c'è, nelle ambizioni pseudo-poetiche di queste voci, qualcosa di ridondante, e anche, diciamolo pure, il ricorso a clichè un po' banali.
Per quanto riguarda Borsellino, egli è colto emblematicamente nei pochi secondi di consapevolezza fra l'esplosione che ha ucciso lui e la sua scorta e la morte che sta per portarlo via: un breve istante in cui si concentrano ricordi d'infanzia - in particolare una partita a calcio tra ragazzi, in cui già c'è come il presagio di una logica mafiosa - immagini dell'amico Giovanni Falcone come fosse ancora nel suo ufficio, osservazioni sulla natura del fenomeno di Cosa Nostra e sui suoi equivoci rapporti coi poteri costituiti, nonché lo straziante elenco delle vittime di una guerra fatta di aggressioni sanguinose e di accordi inconfessabili.
Non è che questi flash, questi spunti di riflessione siano a loro volta particolarmente argomentati, anzi tendono anch'essi a una febbrile frammentazione: a evocarli c'è però un attore come Massimo De Francovich, con la sua pacatezza raziocinante, con la sua lucidità appassionata, con quella sorta di mite stupore di fronte all'inesorabilità della propria sorte, e anche con quella sorprendente somiglianza al personaggio, che non è somiglianza fotografica ma frutto di un severo studio interpretativo: e allora nei suoi gesti, nelle sue parole ogni cosa assume una lancinante concretezza, ogni cosa diventa una dolorosa testimonianza umana.
(16 marzo 2006)
Nella foto, Massimo De Francovich in scena
(15:00 - 16 mar 2006)
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