Nelle Lacrime amare di Petra von KantFassbinder rappresentava la devastante passione di un'affermata disegnatrice di moda nei confronti di una ragazzetta interessata e opportunista, che dopo aver approfittato del suo potere e delle sue conoscenze la abbandona provocandone il crollo psichico. In Rumore rosa, il nuovo spettacolo dei Motus, che il gruppo riminese ha presentato al Festival delle Colline Torinesi, non resta più traccia della vicenda creata dall'autore tedesco, non resta più traccia dei suoi personaggi in quanto entità compiute e definite: restano solo le parole, come relitti disossati depositati dalle correnti sulla sabbia.
Sono le parole che segnano la fine di qualunque rapporto, parole di recriminazione e di rimpianto, parole di vana attesa dell'altro o dell'altra che non arriva, non chiama. Sono le parole dell'affannosa richiesta di una verità che si conosce ma forse non si vuole davvero sapere. Parole dette a viva voce o morbosamente ascoltate su un disco che riporta la voce dell'amata. A tratti non ci sono neppure le parole, bastano pochi gesti convulsi e ripetitivi, buttarsi a terra, infilare la testa in un secchio d'acqua che si tinge di rosso, finire niente affatto casualmente investiti da un'auto. Oppure basta il feroce segnale di un telefono occupato.
Nel testo di Fassbinder queste parole sono attribuite a figure dall'identità precisa, rientrano in una catena di relazioni reciproche. Nello spettacolo esse vengono come scorporate e ridistribuite fra le tre protagoniste, la donna più matura, la ragazza svampita, la ragazza che non parla e cerca solo di farsi male. Forse sono Petra, la sua amante e la silenziosa e devota segretaria. O forse non hanno legami tra loro, sono solo i diversi volti di una stessa sofferenza. Anche gli ambienti sono puramente indicativi, strade, edifici, salotti stilizzati che scorrono su uno schermo come se nascessero direttamente dalla matita di un disegnatore.
Il resto della scena si riduce a un'asettica pedana bianca su cui spiccano solo due piccoli giradischi e alcuni microfoni, e in questo spazio gelido, neutro le emozioni si stagliano come su un tavolo anatomico: lo scopo di Rumore rosa non è infatti di raccontare una storia più o meno esemplare, ma di enuclearne un nocciolo di sentimenti nudi e in qualche modo ancora sanguinanti, isolandoli, analizzandoli, sottoponendoli a una spietata dissezione. Ciò che ne viene fuori è un'aguzza raffigurazione dell'amore come malattia, della solitudine come stato di alterazione patologica, dura, dolorosa quanto un pugno nello stomaco dello spettatore.
di renato palazzi
(12:35 - 15 giu 2006)
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