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15:34 - luned́ 21 maggio 2012


Sancta Susanna e Il dissoluto assolto


Sulla carta l'abbinamento funziona: Hindemith e Corghi: lo sperimentalismo espressionista e Neue Sachlichkeit del primo a confronto con le sperimentazioni aperte, tra tecnologia e rivisitazione, del fortunato abile compositore italiano, nella tematica convergente, se si vuole, dell'erotismo dissacratorio.

Certo, Hindemith adottando, nel 1921, un testo «blasfemo» di August Stramm (il dramma è del 1913), Sancta Susanna, rischiò molto e la storia dell'opera, rifiutata, proibita, ritirata dall'autore stesso, lo dimostra. Mentre Saramago, e con lui Corghi, corrono tranquilli sulla scia, inesauribile pare, delle variazioni sul Don Giovanni. Del resto è cronaca recente che uno scrittore italiano ha appena scritto una storia del celebre personaggio in quattro volumi, di cui è uscito il primo. Davvero non se può più. Le dichiarazioni alla stampa del premio Nobel Saramago lasciano di stucco, per il tono roboante e pubblicitario e, in ultima analisi, ingenuo con cui parla del suo libretto.

Come se non sapesse che il Dissoluto è stato assolto molto tempo prima che ci pensasse lui, come se per tutto il XIX e XX secolo non si fossero susseguite assoluzioni, variazioni, ribaltamenti e parodie di Don Giovanni. Vogliamo ricordare al Nobel Saramago un suo compatriota, Manuel Guerra Junqueiro, che nel 1874, con la pièce La morte di Don Giovanni, fu il primo ad assolverlo, facendolo inoltre finire in un circo? E Hoffman non fa lo stesso, con un audience assai più vasta? Per non citare le variazioni parodiche di Azorìn, Grabbe, De Ghelderode, Shaw, Frisch, e innumerevoli interminabili altri. Niente di male e, sopratutto, niente di nuovo, ma per lo meno, si abbia l'onestà di affermarlo, quando poi il testo, pubblicato dall'Einaudi, risulta così meschino.

Ma passiamo allo spettacolo in binomio, unificato da una stessa cornice. Si tratta di una cornice dorata, pesante, che delimita una spazio esterno, rispetto al proscenio interno. Nell'opera di Hindemith, l'interno è una stanza del convento di suore, e l'esterno, dentro il quadro, è il bosco che lo circonda, dove emergono delle rocce di montagna, sulla cui cima svetta una croce con tanto di messia crocifisso. È tale Cristo seminudo a svegliare, talvolta, le represse voglie erotiche di qualche sorella, una delle quali, suor Beata, fu trovata avvinta a baciare il messia ligneo; per questo, per penitenza, fu murata viva.
Quando si apre il sipario, Suor Susanna sta pregando, ma le sue preghiere sono disturbate da qualcosa che avviene all'esterno, una coppia di giovani amanti mugulanti. Alla fine anche lei cederà alla forza dei desideri repressi; si toglie il velo e l'abito da suora e corre ad abbracciare il Cristo lassù, poi chiederà alle sorelle in preghiera, basite, di essere murata viva, come lo fu suor Beata.

Un'insensata regìa, da un'idea di Cobelli, accentua l'espressionismo del testo, movimentando l'interno della cornice di apparizioni, tra cui un coito in nudo integrale tipo pip-show, un ragno gigantesco tipo cartoon e un continuo sommovimento di rocce molto instabili. Col risultato che non si capisce nulla e si spera che tutto finisca presto. Il che avviene, dopo 25 minuti.

Le cantanti sembravano cantare a squarciagola, ma l'orchestra del giovane direttore Marko Letonja, scatenatissima, non se ne curava sormontando tutto, soli e coro. Ma soprattutto soffocando la preziosa struttura musicale di Hindemith in un fracasso-groviglio di suoni indistinguibili.

La stessa cornice dorata separava i due piani dell'azione dell'atto unico di Corghi-Saramago. Il Dissoluto assolto, questo ahimé lungo un'ora e cinque minuti. Che sembravano quattro per la noia. I timori generati dalla lettura del testo si sono rivelati certezze, anche per l'orrore di una regìa che, per restare in linea coll'espressionismo della prima parte del dittico, ha caricato l'azione di personaggi tra Bosch e Goya, un circo infernale e macabro tipo finale di rivista anni Cinquanta.

Nel prologo Leporello ricanta, interrotto dalla voce declamante di un Elvira-manichino, tutta la celebre aria del Catalogo mozartiano. Catalogo che poi nel prosieguo dell'azione verrà bruciato da Elvira e sostituito con uno di pagine bianche. Arriva la statua del Commendatore, e non si muove più, anche perché è fatta centro di battute che vorrebbero essere spiritose e sono penose. Arriva Masetto, cieco, con tanto di bastone, che cerca la sua Zerlina. Arriva anche Donna Anna, che vede suo padre in statua, e si domanda che faccia lì, a casa di Don Giovanni (e intanto, fuori, e cioè dentro la cornice: streghe, nani, uomini in perizoma, bestie fantastiche...). Donna Anna ci dice anche che Don Giovanni voleva possederla e lei ci sarebbe anche stata, ma purtroppo il dissoluto era impotente, mentre il suo fidanzatino, Don Ottavio, lui sì che era bravo. Ciò detto, Don Giovanni uccide anche Don Ottavio, senza che Donna Anna, privata anche del fidanzato - oltre che del padre - dia atto di rimpiangerli molto.

Don Giovanni cerca, per tutto il tempo di difendersi, ed emette sentenze pseudo-profonde, frutto della ricerca filosofica del Nobel Saramago. Infine viene salvato dall'ignominia dell'impotenza dalla Zerlina, che se lo porta a letto. Però come semplice Giovanni e privo del Don. Un coro sottolinea che il Dissoluto è assolto, ma una marionetta mortuaria entra e ci dice, mentre chiude il sipario: «Assolto sì, ma fino a quando?» Le tende del sipario non avevano finito di combaciare che già il teatro si svuotava. Erano le dieci e cinque, ma la gente fuggiva come se perdesse l'ultima metropolitana. Eppure i due cantanti principali, Nicola Alaimo nel ruolo di Don Giovanni e Davide Pelissero in quello di Leporello, almeno loro, meritavano l'applauso.

È un peccato, perché la raffinatezza stilistica di Corghi, la sua abilità di intrecciare citazioni a tecniche madrigalistiche, il suo intelligente postmodernismo, evocativo e colto, finivano travolti nella goliardata presuntuosa del libretto.



di piero gelli

(18:28 - 26 set 2006)



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