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15:03 - sabato 04 febbraio 2012


Alvin Ailey American Dance Theater


Piccolo grande evento della stagione di danza italiana or ora inaugurata (con questo spettacolo è partita la quarta edizione di ParmaDanza al Regio e sabato e domenica riprende la stagione di danza del Teatro degli Arcimboldi, a Milano), il ritorno dell'Alvin Ailey American Dance Theater ha mantenuto tutte le ghiotte promesse della vigilia.
La storica formazione newyorkese, fondata- negli anni duri dell'emarginazione razziale - dal texano nero Alvin Ailey e portata a gloria internazionale prima dallo stesso coreografo, intelligente contaminatore di generi e tecniche coreutiche per creazioni intrise di una forte ispirazione umanista e poi, dopo la sua prematura scomparsa, dalla sua musa Judith Jamison, è infatti tornata dopo lungo tempo in Italia, sulla scia di trionfali accoglienze a Londra e a Parigi (dove in estate le era stato dedicato un intero festival). E ha portato con sé, integra, quella sua speciale qualità fatta di energia felina, scatto morbido, ritmo intrinseco, virtuosismo nitido ma sempre accuratamente sottotraccia e una poderosa forza di comunicazione con il pubblico, che riesce a scongelare anche lo spettatore più ingessato.

Composto da ballerini afroamericani (ma da qualche anno si è aperta anche ai bianchi e agli asiatici), l'Alvin Ailey American Dance Theater è arrivato in Italia con due brani imprescindibili del suo repertorio storico. Il primo è Night Creature, su una sofisticata partitura firmata Duke Ellington, vero e proprio gioiello di quella visione di ballo elegante, morbida ed easy, forgiatasi negli anni Sessanta e fortemente influenzata proprio dall'irresistibile melange di danze afro-caraibiche e danza classica che sono confluite nel jazz style, fissato tra l'altro proprio da una maestra di Ailey, Katherine Dunham (recentemente scomparsa. N.d.T.).

E poi l'irresistibile Revelations, dieci quadri ispirati alla cultura nera e alla sua storia, fatta di dolore e di rinascita, di gioia e di speranza, tutti sostenuti da canti religiosi afroamericani, gospel e blues. Tensione, ispirazione, energia, consapevolezza di rendere al pubblico il vero capolavoro di Ailey, innervano gli interpreti di Revelations, che ha un respiro particolare, fatto di una danza che si appropria dello spazio con una gestualità carica e tersa, corpi che si elevano verso l'alto (nel bel duetto Fix me Jesus) o si contraggono verso il basso (nel poderoso trio maschile Sinner Man), ma sempre chiude con il tripudio di gioia che accomuna i ballerini in scena al pubblico osannante in sala.

Tutt'altro che compagnia-museo dedicata solo alla diffusione dell'opera del suo fondatore, comunque, l'Ailey Dance Theater nel corso degli ultimi vent'anni si è aperta alla collaborazione con coreografi di diversa estrazione e cultura. Interessante, per esempio, il connubio con un maestro della coreografia neoclassica olandese, l'iperuranico Hans Van Manen del quale a Parma si è visto Solo, un poderoso, virtuosistico, mozzafiato cimento per tre danzatori su una vorticosa Suite per violino di Bach: velocissimo, fitto di passi e di cambi di direzione, gioco sottile di bravura fra i tre che mai condividono lo stesso spazio, ma si alternano sulla scena, ognuno con la sua personalità e con il suo carattere: ora guizzante, ora atletico, ora ironico e sornione.

Meno convincente il recentissimo Love Stories, pastiche su musiche di Stevie Wonder, dove la tradizionale modern dance di Jamison, si confonde con il postmodern Robert Battle e l'energica citazione dell'hiphop fatta da Rennie Harris. Un po' lungo e anonimo, giusto una ouverture per sfoderare i talenti della compagnia, che ha come sempre grande forza e traino nel gruppo maschile (da citare almeno i tre protagonisti di Solo, Clifton Brown, Glenn Sims, e Matthew Rushing e tra le donne la raffinata e lunghissima Alicia J. Graf).
Da notare che il programma milanese proporrà in prima nazionale una coreografia postclassica di Karole Armitage e un lavoro di Ronald Brown.

di silvia poletti

(18:24 - 05 ott 2006)



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