«La danza perennemente sparisce, fai un movimento e nel momento in cui lo riproduci già non c'è più. Non è però un'arte che guarda indietro, ha un ritmo vitale,concentrato sulla presenza, sull'attimo, un fluire di felicità, eccitazione, tristezza, che non si riposa in un unico stato, ma che ha il ritmo delle emozioni.»
Così Saburo Teshigawara, in una recente intervista, definisce la sua danza. E davvero non c'è niente meglio delle sue parole per catturare il senso di meravigliosa evanescenza, di inafferrabilità emozionale, visiva e concettuale che regala una apparizione in scena dello stesso - straordinario - danzatore e coreografo giapponese, o delle sue «complici» e sodali, Kei Miyata e Rihoko Sato.
Basta riflettere su Black Water, novità assoluta presentata in prima al Teatro Comunale di Ferrara per Prime Visioni Festival ( un work in progress era stato però ospitato in agosto da Civitanova Danza). Si tratta, come sempre con Teshigawara, di un lavoro imperscrutabile, ovattato, grazie anche a una scelta di sonorità che miscela sapientemente l'impalpabilità di Claude Debussy o Gavin Bryars a lontani echi elettroacustici, ma soprattutto a un uso dell'oscurità che ora fagocita i corpi dei danzatori, ora li staglia in contrasto, ora ne delinea, misteriosi e sfuggenti, tratti e dinamiche che riverberano per un momento nello spazio (si veda, al proposito, lo strepitoso assolo iniziale di Saburo: un mulinare di braccia velocissimo e abbagliante in un guizzo di energia inarrestabile e vorticoso che irradia elettricità e vigore).
La danza è l'evento. Ritualistico, fluente ed elusivo: uno scorrere, senza soluzione di continuità, di energia interiore, che calibra e domina ritmi viscerali, li cadenza a suo piacere, dilatandoli o concentrandoli in un attimo. Il corpo si muove vibratile a partire, soprattutto, dalla testa, dal busto e dalle braccia: l'espressione del volto è impenetrabile ed evocativa, anche quando si piega in smorfie che rimandano a una certa iconografia nipponica.
In una sorta di perpetuum mobile Black Water ipnotizza e affascina così gli spettatori. Certo, in questa modalità di costruzione dello spettacolo - orizzontale, cadenzata da assolo dei tre interpreti appena giustapposti - ormai consueta in Teshigawara, si sente talvolta la mancanza di una struttura coreografica più complessa, che ponga in interrelazione i danzatori e li muova dentro una solida scrittura compositiva. Il rischio, a lungo andare, sarebbe di una noiosa scontatezza, se non fosse per il mirabile rigore dei tre artisti, la forza della loro presenza e la qualità di una danza che coinvolge i sensi degli spettatori, li tiene in pugno, vigili e aperti, pronti a ricevere, in una vera e propria osmosi, emozioni profonde.
di silvia poletti
(18:10 - 30 ott 2006)
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