Dal 2005 Carolyn Carlson ha assunto la direzione del Ballet du Nord-Centro Coreografico di Roubaix, in Francia. Si tratta, per la coreografa americana, di una nuova avventura alla direzione di un ensemble - dopo quella al Cullberg Ballet di qualche anno fa e quella, storica, del Teatro e Danza La Fenice degli anni Ottanta.
Fatto rilevante, perché Carolyn - che ben sappiamo essere maestra insuperabile nel forgiare personalità artistiche - sa plasmare un gruppo e gli conferisce un respiro, uno stile e una poetica talmente peculiari che la sua cifra poetica, insuperabile se è lei stessa ad incarnarla, non viene però tradita dai suoi interpreti.
Lo si è ben visto in Inanna, spettacolo tutto al femminile presentato in prima nazionale al Teatro della Pergola di Firenze, per l'apertura della stagione teatrale. Benché le sette danzatrici (cui si è aggiunta, per un cameo-sorpresa, in una promenade ipnotica e surreale la stessa Carlson) siano di personalità, struttura fisica, età e «colori» magnificamente diverse una dall'altra (e vale la pena segnalare che ben quattro delle interpreti sono italiane), l'intensità del gesto, la comprensione del movimento, la consapevolezza della presenza scenica hanno l'imprinting inconfondibile della coreografa.
Certo, in questo viaggio alla scoperta delle varie facce della femminilità - da quella modernissima e plastificata della prima, abbacinante e convincente scena di una signora in rosso, a quella primordiale e selvaggia della chiusura kubrickiana con le danzatrici nude, con maschere antropomorfe a coprire i bei volti e i corpi stesi, sfatti, al suolo - si ritrova immutato (forse immobile?), il consueto clichè compositivo di Carlson, che sviluppa lo spettacolo procedendo per brevi scene orizzontali «chiuse» e basando la sua attenzione soprattutto sugli assolo (come quello, bello e potente nella sua sfrenata energia, tutto salti, di Isida Micadi) o danze d'effetto, fatte di unisoni, camminate strisciate e fluenti o repentine corse, vere esplosioni di dinamica. Il rischio è allora quello di scivolare in una monotonia che stempera le belle intuizioni iniziali, rendendo prevedibile - oltre allo sviluppo di una tematica già ampiamente perlustrata dalla Carlson stessa e dalle maggiori coreografe contemporanee - l'elegante uso della scenografia simbolica (la silhouette di un vulcano, o forse di un monte lunare, di Euan Burnet-Smith) o l'apparizione di oggetti che rimandano all'amato mondo zen, dove tutto scorre in eterna pace.
di silvia poletti
(18:17 - 19 ott 2006)
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