L'Iris di Pietro Mascagni apre la stagione al Teatro Goldoni di Livorno. Siamo in famiglia, qui il culto di Mascagni e l'esecuzione delle sue opere hanno un'ininterrotta tradizione, anche se non sempre soddisfacente (ricordo l'estate scorsa un penoso Silvano).
Stavolta, grazie al direttore d'orchestra, a un incantevole soprano (Antonia Cifrone) e a una felicissima regìa, posso dire d'aver assistito a una realizzazione, per vari aspetti, memorabile. Bisogna comunque aggiungere che non ne ho viste molte, perché continua a perseguitare il musicista livornese uno snobismo di antica data e di duplice provenienza: uno ha radici intellettual-sinistro-politiche, l'altro è frutto d'ignoranza mascherata da pretesa raffinatezza di ascolti. Oggi poi, che sono morti Gavazzeni e Baldacci, a difenderlo e a ritenere che la carriera del musicista non si apra e chiuda con Cavalleria rusticana, restano davvero pochi.
Da quando vivo a Milano, da oltre trentacinque anni, ho visto più volte alla Scala Pelléas et Mélisande e Adriana Lècouvreur, mai l'Iris. Che certamente non può essere confrontata col capolavoro di Debussy, ma lo precede e questo qualcosa significa, in aura simbolista; e comunque è molto più interessante e importante dell'operina di Cilea.
Chiusi gli sfoghi, mi chiedo che cosa renda quest'opera così affascinante, tuttavia così poco assimilata, così lontana da un riconoscimento incondizionato. Io credo che dipenda da un difetto di fondo o di metodo: parola, musica e canto spesso vanno per tangenti proprie. Se il libretto è carico di dècadence simbolica tra Maeterlink e D'Annunzio, il canto ondeggia tra un espressionismo cameristico e una vocalità verista tutta dispiegata, mentre la partitura musicale, raffinatissima, coglie tra Boito e Wagner e ricerche esatonali, tutte le suggestioni del decadentismo europeo anti-romantico e anti-naturalistico. La fusione quando avviene, libera magistralmente l'elaborato sinfonismo del disegno, relegando psicologia e sentimento in arazzo esotico-floreale; in altri momenti invece la musica fascia soltanto un declamato retorico.
La vicenda, poi, per quanto libertyzzata, è una storiaccia pedofila e lurida, da cronaca nerissima, ambientata in un luogo imprecisato del Giappone: una povera bambina, innocente e ingenua, vive col padre cieco un'adolescenza tranquilla, appena adombrata da presagi (Ho fatto un triste sogno pauroso) che la turbano. Due loschi individui, Osaka, un giovane ricco gaudente e superficiale, e Kyoto, un perfido lenone, riusciranno con l'inganno a rapirla al padre. Apprestano un teatro di marionette cui accorre tutto il paese, incluso il cieco sospettoso e Iris. Le marionette recitano la vicenda di una povera fanciulla, Dhia, tormentata da un padre tiranno, che viene rapita in cielo e liberata da Johr, figlio del sole, cui presta voce, manco a dirlo, Osaka stesso. Alla fine dello spettacolo Iris come in trance viene rapita e portata nel quartiere a luci rosse del luogo, allo Yoshiwara. L'atto si chiude col cieco che, affranto dal dolore, crede che la figlia se ne sia andata consenziente.
Nel secondo atto, Iris è addormentata nella più lussuosa delle case di piacere di Kyoto. Osaka, nell'attesa che si risvegli, ammira il bocconcino e pregusta una subitanea soddisfazione. Ma la seduzione non avviene: la bimba non è per niente perversa, non si raccapezza in tutto quel lusso, pensa di essere morta e in paradiso. Alle prime profferte amorose del falso Johr, al primo bacio si mette a piangere, vuole la sua bambola, il suo giardino e ritrovare il vecchio padre (in realtà un vecchio egoista e non poco cretino). Osaka allora - attediato - rinuncia alla conquista e la cede a Kyoto; il quale la veste lussuosamente e lascivamente la espone al pubblico del quartiere, al migliore offerente, minacciandola se disubbidisce di gettarla nel precipizio lì propinquo. I giovani in fregola cantano «O meraviglia delle meraviglie» e tutti si fanno vicini. A quel punto Osaka si pente e le grida: Iris, ancor, ancor ti voglio / dammi l'immenso ciel di tue carezze. Purtroppo, sulla scena arriva anche il cieco scemo, che la maledice e le getta del fango addosso. La povera fanciulla, all'ennesima ingiustizia della vita, reagisce gettandosi nel cupo precipizio.
Lì la ritroviamo, nel breve terzo atto, moribonda, mentre dei cenciaioli la depredano. Poi intervengono tre prosopopee, quali metafore dell'egoismo, quello di Osaka, di Kyoto e del cieco, a declamare varie moralità. Infine, mentre l'infelice si chiede perché l'abbandona ogni persona e cosa/ e vita, e luce, e tutto, appare il sole e l'opera così si chiude col bellissimo sontuoso inno con cui si era aperta.
Il giovane direttore d'orchestra di origine greca, Lucas Karytinos, è un nome da tenere presente. Con un'orchestra del pari giovane e volenterosa è riuscito a saldare ogni sfumatura, ogni raffinatezza timbrica della partitura con l'afflato sinfonico-melodico del contesto generale, mai prevalendo sulle voci e dominando egregiamente l'enfatica risonanza del coro d'apertura e di chiusura. Tra le voci, il coreano Park Sung Kyu nella parte di Osaka, nonostante qualche asprezza negli acuti, ha dimostrato di avere notevoli capacità lirico-drammatiche; ma straordinaria mi è parsa Iris, interpretata da Antonia Cifrone, una voce bellissima, in una parte in cui faticava perfino Magda Olivero; il giovane soprano - nata a Taranto ma ben nota al pubblico livornese, visti i festeggiamenti e gli appelli «Antonia, Antonia» - è riuscita a dare al personaggio una parvenza di credibilità umana. Bravi tutti gli altri.
Ma il vero trionfatore di tutta la messa in scena è Federico Tiezzi, in una delle sue regie più riuscite. Il Tiezzi ha essenzializzato la vicenda equiparandola a un fumetto manga, liberandola dalle incrostazioni e cianfrusaglie di un facile decorativismo liberty. Ed è un'intuizione giusta, che va oltre il sovraccarico libretto di Illica (che rimane comunque un curioso libretto, da leggere, per le esorbitanti lacrimosissime didascalie), e coglie echi e risonanze di una musica più «europea» di quanto si creda: e se la storia rimane una cronaca scapigliata alla Valera, Tiezzi ne autentifica con ironia la falsificazione, il suo orientalismo di paraventi, il suo simbolismo fobico-erotico. L'atto si apre col coro dell'inno al sole affidato ai lavoratori del teatro, con tanto di tuta e casco. Su uno sfondo gelido-bianco fanno scendere dall'alto un disco di sole oscuro; poi, chiuso l'inno, il regista prosegue con pochi elementi: un quadrato sintetico di fintissimo giardino, che Iris annaffia, uno sgabello per il cieco; poi, volanti lenzuola che le lavandaie strizzano, tutto sotto una bianca livida luce. E i costumi sono bellissimi (il merito è di Giovanna Buzzi), così le scene di Pier Paolo Bisleri. Continuerei a lungo a elogiare le idee sceniche di Tiezzi, dalle proiezioni di manga nell'aria più patetica di Iris al momento del teatro bunraku, alla risoluzione abile del sempre imbarazzante terzo atto, risolto in discarica tutta espressionista, su cui spuntano i giaggioli o iris della metamorfizzata Iris-Isotta.
di piero gelli
(18:26 - 04 ott 2006)
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