Inserita in due opere di grande repertorio, come Il barbiere di Siviglia e la Bohème, il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino presenta meritoriamente La finta giardiniera di Mozart, prima esecuzione fiorentina di quest'opera, in realtà raramente eseguita anche altrove per alterne vicende. Di fatto, dopo le tre rappresentazioni a Monaco di Baviera, nel 1775, e nonostante il conclamato successo, scomparve dalle scene, mentre mieteva successi la precedente Finta giardiniera musicata da Pasquale Anfossi. Quella di Mozart invece sopravvisse trasformata in Singspiel col titolo Die Verstelle G&aulm;rtnerin (ma anche G&aulm;rtnerin aus Liebe), e in tale veste ha circolato per due secoli. Finché, nel 1956 (e semplifico una storia più complessa), nell'occasione del secondo centenario dell'autore, una copia della versione italiana fu scoperta in una biblioteca in Moravia. Conseguentemente, nel 1978 il testo originale venne pubblicato grazie alla Fondazione internazionale del Mozarteum, e rappresentata al Festival di Salisburgo del 1980 dopo il lungo oblio.
Quando Mozart la compose non aveva ancora diciannove anni; era la sua seconda opera buffa (nel 1768, La finta semplice sul testo rimaneggiato di Goldoni), ma era già autore di notevoli opere serie, come Mitridate, re di Ponto (1771) e Lucio Silla (1772). Il giovane compositore cercò di approfondire con tutta la sua sapienza e tecnica musicale uno strampalato libretto alla moda, attribuito oggi a tale Giuseppe Petrosellini, infondergli quella sostanza che il testo, pura e logora sequenza di situazioni stereotipate non permetteva. Da Ponte era ancora lontano.
Il dramma giocoso ha un antefatto molto fosco: il conte Belfiore, in un accesso di gelosia, ferisce la sua promessa sposa, la marchesa Violante Onesti. Pensa di averla uccisa e fugge. La donna, invece, guarita, si mette alla sua ricerca, accompagnata dal fido servitore Roberto. Arrivano nella cittadina di Lagonero e travestiti da giardinieri, col nome di Sandrina e Nardo, si fanno assumere nella villa del podestà Anchise. Il quale, manco a dirlo, e siamo già nel primo atto, si innamora della finta giardiniera, mentre Nardo della servetta di casa, Serpetta, che fa la finta ritrosa.
Il gioco, tipico del genere buffo, dello scambio di coppie si complica con l'arrivo della nipote del podestà, Arminda, nobildonna milanese che si porta dietro lo spasimante Ramiro, respinto però per un nuovo fidanzato, che, guarda caso, è il conte Belfiore, già consolatosi di aver fatta fuori la prima fidanzata. Il rito degli intrighi prosegue con varie complicazioni-combinazioni, tra cui: l'agnizione per un po' incerta e negata di Violante-Sandrina, di cui prontamente Belfiore, dopo un primo sconcerto subito si rinnamora; poi un ordine d'arresto per omicidio del suddetto Belfiore; poi il rapimento della finta giardiniera promosso da Arminda che la fa abbandonare in un bosco; e tutti vanno alla sua ricerca e nel buio della selva ne conseguono vari qui pro quo. È ovvio che nel terzo atto Violante perdoni e sposi Belfiore, mentre Arminda ritorna al suo Ramiro, Nardo impalma Serpetta e Don Anchise, l'unico gabbato, aspetta e spera in una donna che riuscirà a farlo innamorare come la sua finta giardiniera.
Ora, un pasticcio siffatto, senza grazia di lingua ma solo di qualche situazione, può funzionare soltanto se si resta alla superficie della vicenda e dei caratteri, se ci si limita a rivestire di note piacevoli i fatti e le maschere, come penso abbia fatto il routinier Anfossi. Il giovane Mozart invece, con tutto il suo genio ma non ancora la capacità di mediare tra il comico e il serio, risolvendolo nella sublime ambiguità del Don Giovanni o nella meravigliosa penombra delle Nozze di Figaro, finisce col non sapersi destreggiare tra i due piani del dramma giocoso, rimanendo in bilico tra quello comico, come nel bellissimo concertato finale del primo atto, o nell'aria di catalogo di Belfiore, Da scirocco a tramontana, e il piano serio-larmoyant, come nell'aria fremebonda di Arminda Vorrei punirti indegno o in quella agitata di Sandrina-Violante, Crudeli, fermate.
Il risultato è un'opera sbilanciata, che alterna momenti di fiacca, come tutto l'inizio, ad altri di convenzionale comicità, ad altri ancora, non pochi per fortuna, straordinariamente ispirati, e sono soprattutto quelli in cui si espande il sentimentale o il sentimentalismo dei personaggi. Il Mozart prima del capolavoro Idomeneo (che arriverà sei anni dopo) e del Singspiel Il Ratto dal Serraglio (1782), è ancora e soltanto una grande promessa o, comunque, non padroneggia ancora bene il genere giocoso. Il grande studioso Paumgartner riporta, nella sua monografia ormai classica, le parole di un poeta contemporaneo, Christiano Daniele Schubart, apparse nelle Cronache tedesche del 1775: «Ho sentito un'opera del meraviglioso Genio, Mozart. S'intitola La finta giardiniera. Vi guizza qua e là la fiamma del genio... Se Mozart non è un fiore di serra, dovrà diventare il più grande compositore che mai sia esistito.» Che altro aggiungere a queste frasi profetiche di Schubart o di altro presente a una di quelle tre rappresentazioni!
Quanto all'edizione fiorentina appena vista, nell'allestimento che proviene dal teatro dell'opera di Nizza (2001) non possiamo che elogiare senza riserve il giovane direttore spagnolo, Enrique Mazzola, per la dolcezza e l'equilibrio con cui ha diretto l'orchestra, dosando sapientemente i due piani sovrapposti dell'opera, e soprattutto per come ha guidato con garbo e fermezza tutta la compagine dei cantanti, una compagnia di canto tutta giovane, senza nomi altisonanti, ma efficaci e bravissimi anche scenicamente. Dovrei citarli tutti, ma mi limito a segnalare la Sandrina di Ruth Rosique e l'Arminda di Giselle Baulsch, oltre che la divertente caratterizzazione di Michelle Buscemi nel ruolo di Serpetta; e, infine, applauditissimo, Samuele Simoncini, in quello del conte Belfiore. Per tutti, per tutta la parte musicale, un meritato trionfo.
Le riserve - ahimè, e non piccole - sono per la regia e scenografia, per la scelta davvero malsana di ambientare l'opera in uno scenario-pop anni '50, a forti colori, anzi coloracci acrilici, fondali e pareti geometrizzanti, su cui nel secondo atto, scende un enorme velo bianco a significare il bosco e la selva in cui si perdono e si ingannano i protagonisti; molto brutto. Poi si apre un iperrealistico fondo fotografico di una spiaggia tipo Viareggio, non male. Gli attori sono vestiti come personaggi di un cartoon americano, Lili Abner e compagne, tra il ridicolo e l'orrore. E magari, imboccata questa strada estraniante, il regista avesse avuto il coraggio di portarla fino in fondo, come avrebbe fatto e ha fatto talora Graham Vick! Invece no, manovra gli attori come fossero nel loro habitat naturale, maschere del più puro Settecento. E allora? In un'opera così poco vista, perché non farcela vedere tradizionalmente?
di piero gelli
(18:10 - 31 ott 2006)
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