Ci sono molti modi di raccontare una città: attraverso le sue bellezze, i suoi sogni, la sua storia... Ma che fare nel caso di una città come Milano, che di bellezze ne conserva poche, a sognare (o a sognarsi) non pensa, e a ogni passo distrugge le memorie della propria storia? Raccontare Milano attraverso la cronaca nera, attraverso la fitta rete di voci, tensioni, segnali di mutamenti sociali che si raccoglie intorno a un delitto, sembra in effetti una buona idea: è il lato buio della vita che può condurci nel cuore delle cose, sono i suoi osservatori professionali le guide ideali per descrivere quel che ci accade intorno e fingiamo di non vedere.
Così la giovane regista Serena Sinigaglia ha pensato bene di rivolgersi a un conoscitore di commissariati e malavita, il giornalista Piero Colaprico di «Repubblica», per chiedergli un testo che attraverso le dinamiche dell'indagine poliziesca gettasse luce su ciò che è diventato il capoluogo lombardo, inquadrandolo da questa particolare angolatura costituita dalla ricerca della verità su due cadaveri trovati in un cantiere: una vicenda di ordinaria ferocia, di quelle che leggiamo di sfuggita - una donna decapitata, un uomo ucciso a revolverate - che tuttavia possono offrire indizi e informazioni più di qualunque trattato sociologico.
Per scelta o per necessità, il testo ha assunto la forma di un monologo a più personaggi, in cui la bravissima Arianna Scommegna si moltiplica con sorprendente estro mimetico - cambiando solo un giubbotto, un pastrano, modificando l'acconciatura dei capelli - in una serie di figurette dalle varie cadenze regionali: un operaio, un ispettore-capo, una donna poliziotto, un agente della scientifica, un ambiguo addetto dell'obitorio, un taxista in pensione, tutti, a vario titolo, protagonisti e testimoni del processo misterioso per cui la città di M. ha perso il cuore, le radici, la capacità di ascoltarsi.
La vicenda si sviluppa come un vero e proprio giallo destinato a culminare nella scoperta dell'assassino ma anche in quella, agghiacciante, dell'identità delle vittime, che consente di risalire a una più ampia caduta dei valori. Senza scomodare Gadda, era però un'impresa fin troppo ardua, questa di partire da un crimine per delineare un'intera situazione storica: e l'autore conosce poco i ritmi della scena. Così il testo fornisce buoni materiali all'exploit dell'attrice, è ricco di spunti per un assolo fuori dai clichè del teatro-narrazione, ma prende spesso una piega letteraria, indugia, gira intorno agli stessi temi, si perde e si ritrova.
di renato palazzi
(18:21 - 16 ott 2006)
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