Impostasi negli ultimi anni come una delle coreografe più produttive d'Italia, la ferrarese Monica Casadei - studiosa di filosofia, formatasi alla danza grazie a un apprendistato con autori della Nouvelle Danse francese affascinati dalle culture del corpo orientali - ha presentato la sua ultima produzione nell'ambito del festival Prime Visioni, nel Teatro Comunale della sua città.
Cuba 2006, la Rivoluzione Energetica è la seconda tappa di un progetto pluriennale che l'autrice, con la sua compagnia Artemis Danza, ha avviato nell'intento di indagare e incontrare le culture/altre del mondo. Processo creativo, questo, ben noto e praticato (Pina Bausch docet), che la nostra aveva iniziato lo scorso anno con Brazil Pass e continuerà l'anno prossimo con un lavoro sul Messico. Le modalità sono analoghe alla lezione bauschiana: un periodo di residenza in loco, lavoro a contatto con le realtà sociali e artistiche indigene, riflessioni ed emozioni da ricreare in danza, magari attraverso il consueto uso di comporre la pièce «in orizzontale», per brevi scene impressioniste, con spazio lasciato ora a un solista ora all'altro. Legittima scelta quella di ripercorrere traiettorie ampiamente battute. Tuttavia, perché il lavoro abbia poi una sua ragione d'essere, necessitano idee drammaturgiche e registiche, oltre che coreografiche, che attestino l'originalità di una visione e di un pensiero.
E qui, nel caso di Casadei, iniziano le perplessità. Il lavoro infatti, dopo un inizio stringato e convincente, immerso in un'oscurità tagliata dalle luci di servizio del palcoscenico, nella quale i danzatori eseguono una sequenza coreografica «pura», dinamica e tesa, ben contraltata dall'apparizione di una impressione cubana (una donna in abito lungo, seduta su una sedia, minimo gioco di braccia), si dipana per brevi sequenze che oscillano tra il citazionismo aneddotico di certi elementi cruciali dell'anima caraibica - l'inesauribile gioia di vivere, lo spirito religioso, la dignità della miseria - e stentoree e reiterate evocazioni della forzata ideologia castrista, che funge da sottofondo sonoro, grazie ai celebri proclami Hasta la victoria siempre e Patria o muerte, che martellano gli orecchi degli spettatori. L'impressione però - causata anche da un vocabolario coreografico non particolarmente incisivo e originale dal punto di vista formale o espressivo - è quella di un appiattente déjà vu, quando non di una incredibile «ingenuità» in certe soluzioni bozzettistiche (che dire dell'ultima scena, in puro stile Tropicana de Cuba?).
Forse la coreografa teme che il messaggio che le interessa non arrivi altrimenti in maniera chiara al pubblico? O forse lei stessa non ha bene a fuoco quello che le interessa evidenziare, nel taglio drammaturgico e nella scelta poetica?
Oscillare tra didascalismo e bozzettismo, però, non è la via migliore per rafforzare l'idea che si abbia a che fare, davvero, con un'autrice che ha trovato una sua strada espressiva. Si sente l'urgenza di una messa a punto che sfrondi le parti retoriche e certe scivolate di gusto. Ed esalti la sincerità di una riflessione che coniughi in sé verità di emozione e chiarezza di intenti.
(13 dicembre 2006)
di silvia poletti
(15:11 - 13 nov 2006)
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