Il Faust di Nekrosius è uno strano spettacolo di cui è difficile dare un giudizio univoco, pieno com'è sia di stimoli alla riflessione che di contraddizioni apparentemente insanabili: uno spettacolo che nasce da un forte impulso di pensiero, denso, personalissimo, di sicuro intimamente vissuto, ma solo a tratti capace di suscitare emozioni, e come segnato dai limiti interiori di una cifra inventiva ormai fatalmente invalicabile. Quale futuro si prospetta per un genio del teatro che riesce a suggerire interpretazioni sempre più folgoranti dei testi cui si accosta, ma sembra anche prigioniero di uno stile che non può avere mutamenti o evoluzioni?
Il suo Faust rivela fin dall'inizio paradossali squilibri: la prima parte, quella di solito ritenuta introduttiva, sulle inquietudini intellettuali del protagonista, sulla sua ansia di conoscenza e di assoluto viene infatti dilatata a dismisura, mentre la seconda, quella successiva all'incontro con Mefistofele - un personaggio il cui ruolo è d'altronde ridimensionatissimo, ridotto a una pura emanazione dell'uomo - è drasticamente contratta, limitata all'incontro di amore e di morte con Margherita. Parallelamente, la prima parte è fin troppo asciutta e spoglia, mentre la seconda si riempie vertiginosamente di segni enigmatici.
Tutta la vicenda del vecchio sapiente - questo Nekrosius vuole dirci - si svolge nella sua mente e nella sua coscienza, tutta la vicenda trascende ipotetici risvolti ultraterreni o sanguinosi patti col diavolo, e riguarda soltanto le sue scelte di responsabilità individuale: quella responsabilità che Margherita - una delle figure femminili tipiche del regista lituano, salda, vitale, un po' contadina ma destinata, come Ofelia e Desdemona, ad essere distrutta dall'egoismo del maschio - si assume fino in fondo quando rifiuta di sfuggire alla condanna per infanticidio, e che invece Faust nella sua smania di rapportarsi a dio pare ignorare.
Questa visione del testo di Goethe, parziale, volutamente limitata, può risultare sotto certi aspetti riduttiva, ma persegue con chirurgica precisione il suo intento dimostrativo, e illumina anche altre precedenti messinscene di Nekrosius, ad esempio quella del Macbeth, dove evidentemente - e lo si coglie in pieno solo ora - era ugualmente centrale il tema dell'inafferrabilità di un superiore principio del bene e del male. La sovrabbondanza di auto-citazioni aiuta a capire meglio affinità e parallelismi, ma il proliferare di gesti ossessivi e di eccessi visionari che rimandano unicamente a se stessi sconfina qui in un mero - benché altissimo - esercizio di stile.
(2 novembre 2006)
di renato palazzi
(19:35 - 02 nov 2006)
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